Passing: verso un femminismo nomade
Sommario
di Anna Camaiti Hostert
La posizione piu' frequente delle donne nei confronti della tecnologia e' stata quella di un rifiuto che ha assecondato in parte l'immaginario maschile della continuita' tra Donna e Natura ed un'esclusione da questa diade del problema della tekne a cui certamente appartiene la filosofia, ma anche quello di certo pensiero femminista tra cui il pensiero della differenza che viceversa vede la tecnologia come un'intrusione nella singolarita' del corpo femminile. Scrive Adriana Cavarero nell'ultimo numero di DWF: "La tecnologia e la manipolazione tecnologica di tutti, fino alla moltiplicazione infinita dei corpi e fino all'indicibilita' dell'esperienza bios di ciascuno, questo e' cio' che l'epoca vuole celebrare con una specie di eternita' o di catastrofismo... Credo in una sorta di transito: questa tecnologia, attualmente imperante, non e' l'ultimo orizzonte dell'umanita' e della storia: e' attraversabile, non verso una direzione qualsiasi, ma ponendo punti di resistenza alla sua totale vittoria. La corporeita' singolare e' dal punto di vista politico un punto di resistenza. E' cio' che voglio opporre all'invasione tecnologica. Il mio corpo lo ritengo un ambito inviolabile"(1). Dall'altro il problema della memoria e dell'origine e' legato a quello dell'identita' femminile in rapporto al linguaggio. Il genere femminile non puo' rivendicare memoria perche' non e' mai stato protagonista, non ha imparato pertanto l'arte di tesaurizzare in funzione di rappresentare, e nello scarto che sempre intercorre tra percezione e verbalizzazione ha vissuto una doppia estraniazione sia nel tentativo di superare quello scarto sia in quello di usare una parola da cui e' sempre stato escluso. Per memorizzare bisogna avere un passato. Ma come puo' averlo chi non ha mai avuto neanche l'autorita' del testimone? Chi non si e' mai costruito una soggettivita'? Ed ecco il paradosso attuale: sono dunque le donne forse avvantaggiate dalla loro mancanza di memoria adesso che con la crisi della ragione, la crisi del soggetto, l'irruzione prepotente delle nuove tecnologie, le strutture conoscitive, le modalita' individuali e collettive di apprendimento e di memorizzazione al pari della fisicita' in senso spaziale e temporale sono soggette ad una "mutazione"? O sono forse condannate a ripetere gli errori di chi le ha precedute? Cosa succede a quel pensiero femminista che aveva cercato di costruire un'identita' proprio sulla differenza sessuale in un mondo dove la natura non c'e' piu', dove i corpi si moltiplicano e si puo' giocare con le differenze di "gender" assumendo le identita' sessuali che si vuole? Non rischia forse di proporre soluzioni che arrivano in ritardo? Proprio su quest'idea del ritardo mi vorrei soffermare rivendicandone la centralita' nella narrazione della storia della modernita' in quanto rinegoziazione dei luoghi o meglio dei non - luoghi di coloro, come le donne, che non hanno avuto la possibilita' di costruirsi la propria soggettivita' e che cercano di capire chi sono nella realta' contemporanea. Il ritardo infatti rappresenta quella censura della narrative della modernita' che come De Certeau ha detto, descrive il non spazio da cui tutte le operazioni storiografiche cominciano, il "lag" che tutte le storie devono incontrare per avere un inizio. Proprio questa idea di "time lag" e' centrale nel libro The Loction of Culture di Hommi Bhabba. L'autore si riferisce in particolare al problema dei neri e dello spazio post-coloniale, ma comunque le sue considerazioni sono applicabili anche alle donne come soggetti che compaiono sulla scena di una storia fatta da altri. Il concetto di "time lag" vuole essere una critica dell'analitica spaziale della modernita' di Foucault. Scrive Bhabba:"Il ritardo e' la struttura della differenza e della divisione entro il discorso della modernita' che la trasforma in un processo di performing. A quel punto ogni ripetizione del segno della modernita' e' differente, specifica alle condizioni storiche e culturali di enunciazione (...)(2). La presenza di coloro che la' non c'erano rimane la presenza di un'assenza che deve segnare il tempo della modernita' e che deve rappresentare nella vita quotidiana l'esistenza di chi e' sopravvissuto all'incubo dell'assenza, rinegoziare le categorie culturali, senza sclerosi o resistenze passatiste. Oggi la tecnologia, come ci spiega Howard Rheingold nel suo The virtual community incoraggia, nei MUDs ad esempio, sempre di piu' a falsificare le identita' sessuali. I componenti sono per la maggior parte uomini, alcuni dei quali amano descriversi come donne(3). Il fenomeno e' in grande espansione come anche gli episodi di molestie sessuali alle donne che fanno parte di queste comunita' virtuali. E' il modo di intendere la tecnologia lo stesso per uomini e donne? In una recente indagine sulla rivista Newsweek si conclude che gli uomini tendono ad essere piu' affascinati e sedotti dalla tecnologia che non le donne che viceversa ne vedono l'utilita' pratica. Gli uomini vedono le macchine come estensione del loro potere fisico, le donne come elementi capaci di soddisfare i loro bisogni e desideri. Infine nei giochi (che nella maggior parte dei casi vengono programmati da uomini, anche se la prima programmatrice di computer e' stata una donna Ada Lovelace verso la meta' dell'ottocento) le donne a differenza degli uomini, preferiscono giochi non lineari con piu' di una soluzione, non amano vedere la morte dei personaggi sullo schermo e lavorano piu' volentieri in gruppo(4). E' dunque forse vero che quest'era di ricostruzione di modelli del sapere abbia come protagoniste le donne che rifondano un universo simbolico nuovo e creano strutture culturali con l'aiuto della macchina? La mutazione che stiamo attraversando e' epocale e ci sono tutte le condizioni perche' cio' avvenga. Ma alla trasformazione che stiamo vivendo con una grande sofferenza si accompagna la distruzione di molte sicurezze certezze durate circa un millennio e parallelamente una riterritorializzazione di matrici identitarie etnico-razzial- religiose che costituiscono un serio pericolo. E' il bisogno dell'identita', dell'origine comune, del marchio che differenzia dall'altro a presentarsi oggi ossessivamente. "Tutto quello che rimanda alla volonta' di purezza, intesa come 'pulizia' sessuale, etnica, corporale, intellettuale e razziale e' una nuova forma di fascismo culturale legato alla nostalgica difesa di puri referenti che non sono mai esistiti e alla paura panica di un mondo sporco. E naturalmente e' di questo sporco che the "last sex" vuole occuparsi, scrivono Arthur e Marylouise Crocker nell'articolo che apre la raccolta collettanea del volume da essi curato(5). In questo libro che porta sulla copertina una donna molto sexy con accanto la scritta "gli uomini sono stupidi; lo so perche' ero uno di loro" i corpi in maggioranza femminili, nei racconti della carriere, vogliono liberarsi della loro pesantezza. Cosi' ci sono racconti di donne perseguitate dal problema della grassezza, terrorizzate dalla paura della violenza, corpi che hanno cambiato sesso, corpi mediati dalla tecnologia, racconti di piaceri sadomaso etc. Non si vuole certamente abbandonare l'importanza del corpo, e ritornare alla divisione corpo-mente platonica. Anzi il contrario. Si vuole semplicemente abbracciare una leggerezza che faccia del corpo non un elemento di resistenza, ma di duttilita'. All'ultimo sesso appartengono tutti coloro che non sono spaventati dalla possibilita' di travalicare i confini del mondo chiuso della sessualita' puramente binaria. L'idea di abbandonare il culto del "gender" che critica ogni appropriazione maschile del corpo femminile e' il punto di partenza da cui muovono i due autori a favore di una visione che tralasci il problema dell'origine e attraversi i generi sessuali grazie alle nuove acquisizioni tecnologiche, producendo quella classe di 'corpi fuorilegge', outlaw bodies, che corrispondono ad una nuova forza eversiva di produzione tecnologica. Quello che i membri dell'ultimo sesso hanno in comune sono tre cose: il rifiuto di categorie precostruite, una coraggiosa insistenza nell'impegno politico, quello pero' che privilegia le categorie di ambivalenza, ironia e paradosso, e un comune rifiuto di ogni singola posizione o referente come punto fisso arresto. Zattere di stati intersessuali, stati di intersessualita', come sesso virtuale che si e' liberato dalla violenza del sacrificio. Certo non bisogna dimenticare che la dirompenza del desiderio femminile ha contribuito a mettere in crisi la solida soggettivita' maschile, la sua identita' forte, l'idea della ragione sulla quale si era basata da Platone in poi. Questo ha prodotto disagio, sofferenza ha generato riaggregazioni pericolose di maschilismo e di violenza contro le donne, ma ha anche prodotto teorie basate su categorie tradizionalmente femminili: la debolezza, la dolcezza, nonostante questo riconoscimento non sia mai venuto da parte di coloro che se ne sono appropriati (leggi ad esempio pensiero debole). All'incremento della violenza c'e' chi come Dianne Chisolm risponde suggerendo una rivoluzione simbolica che non risparmi la violenza(6). Una simbolica contro-violenza come propone Wittig, un'avanguardia armata di una semiologia politica che lavori a livello di linguaggio/manifesto di lingua/azione che trasformi e faccia storia. Un'avanguardia che investighi concretamente le possibilita' della biogenetica, della biotecnica e tutti i campi della tecnologia, che la smetta di essere "fobica rispetto a queste aree del sapere perche' e' cruciale che le donne siano coinvolte nell'investigare, esplorare e dare forma alle realta' tecnologiche del futuro"(7). Acker propone un modello di Amazzone guerrigliera, un'avanguardia nomadica che si opponga ai tentativi di estensione del dominio e attacchi rapidamente e di sorpresa. Les Guerilleres di Monique Wittig(8), un po' come i gruppi T.A.Z.(9) colpiscono, fanno imboscate e abbandonano il terreno con lo stesso spiegamento poetico di violenza che Fanon rivendica per i popoli colonizzati(10). Ma le guerrigliere di Wittig non usano la violenza organizzata o quella at random del T.A.Z., ma fantasie ritualizzate, il teatro, la danza come potenti strategie per mobilitare un fronte aggressivo. Per loro non e' violenza dell'oppressore ma la loro stessa violenza che recuperano ed incorporano in una cultura fisica e lirica a provocare una crisi culturale e una rivoluzione. Il recupero della dimensione ironica giocosa, leggera della rivoluzione che cosi' come per i T.A.Z. rappresenta il nuovo. L'importanza dell'elemento tecnologico e di quello artistico sono centrali nelle formulazioni di queste due avanguardie. Certo non siamo qui' a riproporre nessuna rivoluzione che come scrive Hakim Bey da toxin e' divenuta toxin (cioe' da campana a martello e' divenuta tossina) dove non si e' capaci di sfuggire all'incubo dello Stato. L'idea e' quella di usare la tecnologia come forma di contropotere, nel senso non certo di organizzazione duratura di gruppi, ma come propone Bey in forme di counter Net o Web che i T.A.Z. usano secondo una tattica di scomparsa. compiere atti immediati e veloci di "pirateria" informatica che garantiscano una struttura democratica delle informazioni attraverso il counter Net e orizzontalizzare gli scambi di informazione attraverso il Web che diventa un tronco in piu' da aggiungersi agli altri, un'arma della democrazia. Subito dopo scomparire. "Perche' confrontare il potere quando ha ormai perso ogni significato e diviene solo una pura simulazione?"(11). Mi piace l'idea che i T.A.Z. rappresentino una possibile alternativa all'imperversare di un'informazione strutturata e contrastino il trend dell'arte come merce. Mi convince un po' meno quella che siano l'unico possibile tempo e luogo dell'accadimento artistico come puro piacere del gioco creativo, dove le mediazioni scompaiono. Questo non perche' io sia fanatica delle mediazioni, ma perche' non credo che la scomparsa (disappearance), l'invisibilita' come Bey teorizza sia la soluzione al problema. Non credo infatti che la risposta ai problemi della democrazia tecnologica sia solo descrivibile partendo dall'idea orwelliana di Panopticon per cui il fine ultimo sia quello di non essere visti. Forse Huxley si e' avvicinato di piu' al problema (e consiglio di leggere il divertentissimo libro di Neil Postmann(12), ma anche li' ho le mie perplessita' dovute al catastrofismo e al moralismo che vi si puo' rintracciare. Sebbene l'evoluzione del global village sia "Out of control" come dice Brzezinski la soluzione non sta certo negli imperativi morali di memoria kantiana da cui si puo' forse partire, ma solo per superarli. Certo l'idea del gioco con la tecnologia me ne fa intravedere i limiti, non in funzione di punti di resistenza, ma di spiazzamento tattico. Laurie Anderson, la "multimediatrice americana", come la definisce Pamela Mc Corduck "at randan"(13), gioca con la tecnologia da sempre alterando la sua voce con il Vocoder, con un cuscinetto dentro la bocca o producendo vibrazioni insolite attraverso la connessione di parti del suo corpo al microfono. "Identificandosi con la macchina Anderson solleva l'ansieta' convenzionale del robot autodiretto che ostenta la sua costruzione elettronica. Lo spazio nella sua musica non e' un concetto metaforico, ma invece il luogo di molti tipi di lotte. i elettronicamente saturato nello stesso momento in cui insiste sul corpo neutro che e' stato cancellato nelle teorie della musica, ma il corpo femminile problematicamente inteso che tradizionalmente e' stato il luogo dello spettacolo"(14). Proprio per bilanciare queste tensioni Anderon assume un ruolo androgino gioca con gli stereotipi della sessualita'. Il corpo non e' piu' inviolabile e sacro e la tecnologia oltre a divenire quei "15 milioni di watt da cui dipende il suono della musica" e' come - e sono le parole di Anderson - "il fuoco intorno al quale ci raccogliamo per raccontare le nostre storie. C'e' una sorta di attrazione per la luce e per questo tipo di potere che e' sia caldo che distruttivo"(15). Anderson mette in pratica due elementi essenziali per la critica femminista post strutturalista: decostruisce la tradizione quando necessario, ma tenta anche di immaginare nuove realta' sociali, secondo cui la celebrazione dell'erotismo non riduce necessariamente la donna ad oggetto sessuale, ma celebra invece l'unita' dell'intelletto e del corpo,sviluppando nuovi modelli di piacere e di erotismo. Scrive Teresa De Lauretis: il movimento "in e out" dal genere come rappresentazione ideologica che io propongo caratterizzi il soggetto del femminismo e' un movimento avanti e indietro tra la rappresentazione del genere e quello che la rappresentazione lascia fuori o piu' esattamente rende irrapresentabile... Cosi' abitare ambedue i tipi di spazio allo stesso tempo e' vivere la contraddizione che io ho suggerito, e' la condizione del femminismo qui' ed ora: la tensione di qualcosa che tira in due direzioni contrarie - la critica negativita' della sua teoria e l'affermativa positivita' della sua politica - e' sia la condizione storica dell'esistenza del femminismo sia la sua teorica condizione di possibilita'"(16). Il lavoro di Laurie Anderson ha messo in pratica questa soluzione continuamente. Il termine "passing" e' strettamente legato ad un contesto razziale. Significa infatti per un nero in generale, quando il suo aspetto fisico glielo consenta, voler passare per bianco e non e' considerato esattamente come qualcosa, almeno dagli anni '60 in poi, che possa far parte del corredo della Potcal Correctness. E'infatti stato giudicato un tradimento delle proprie origini e della propria razza. Pubblicata per la prima volta nel 1929 e scritta da nella Larsen "Passing" e' la storia di due amiche nere, dei loro diversi destini e dei loro rapporti(17). Una di loro Clare sposa un bianco razzista che odia i neri senza mai confessargli la sua origine, cioe' "she passes"; l'altra Irene invece sposa un medico nero benestante, passando dal ghetto di Chicago a quello di Harlem. In questa lunga storia la parte interessante e' che nonostante Irene sia fiera della sua provenienza e condanni chi rinnega la propria razza, si sente attratta verso l'amica che rappresenta l'altra parte di se stessa. Che cosa l'attrae verso questa persona che dice di disprezzare profondamente, perche' si e' allontanata dalla propria origine? C'e' la curiosita' di sapere che cosa significhi quella scelta in quanto "momento di rottura con tutto cio' che e' familiare e amico per rischiare di entrare in un altro ambiente non interamente estraneo, forse, ma certamente non interamente amichevole. E' buffo tutto cio' che riguarda questo problema del passing. Noi lo disapproviamo e allo stesso tempo lo perdoniamo. Eccita il nostro disprezzo ma anche la nostra ammirazione. Lo respingiamo con uno strano tipo di repulsione ma lo proteggiamo(18). E c'e' l'attrazione per una sorta di ambivalenza che e' si una forma di sudditanza, ma anche una di contropotere che, come ricorda il marito di Irene e' a senso unico in quanto e' possibile solo ai neri. E'quindi un modo di mascherarsi, di infiltrarsi senza essere scoperti. La scelta di un posto sicuro a cui fare ritorno, la razza, il matrimonio seppur vacillante e' quella che preferisce Irene pur di non mettersi in discussione. Certo, dati i tempi l'autrice alla fine fa morire Clare e ci descrive una Irene sconvolta per il resto della vita che certamente non sara' piu' la stessa dopo la morte dell'amica. Vorrei partire dal contesto primitivo della parola "passing" e da alcuni "input" che vengono da questa novella per trasformarne il significato dalla sua riprovazione originale in uno non solo accettabile, ma auspicabile anche se in senso del tutto diverso. Il verbo to pass in inglese ha molti significati tra cui pass by, pass through, pass for, pass on, pass out e cosi' via. Contiene come anche in italiano, la radice della parola past, ma soprattutto e' un verbo che si riferisce ad una dimensione spaziale e temporale di movimento. E' un verbo che ignora la staticita'. Si passa attraverso, per, sotto, sopra la realta', la si ignora, la si crea, si inventano gli eventi, specie se in questo si e' aiutati da una tecnologia complice. Bisogna cominciare a rispondere ai comportamenti codificati della narrativa dominante sottraendosi ad essa. Bisogna mettere in pratica i comportamenti dei guerrieri post-indiani. Chi sono i guerrieri postindiani se non simulazioni postmoderne, "trickster figures" che giocano ad inventarsi, a raccontare, vista la loro sopravvivenza nella cultura dominante che li ha relegati nelle riserve, le loro storie cercando di distruggere ogni progetto di autenticita'(19). Cosi' facendo spiazzano ogni mito di Indianita' creato dalla cultura occidentale per celebrare la sua innocenza. I guerrieri postindiani che si appropriano delle simulazioni proprio per contrattaccare questa tendenza, in realta' assicurano cosi' la loro presenza tribale. "They pass" nel senso che passano per qualcosa che non esiste piu' e ne simulano, ne fingono la realta'. Passano per quello che non sono e non sono mai stati e si raccontano inventandosi una realta' che non e' mai esistita Perche' il loro passato, cancellato al momento dell'invenzione dell'Indianita', e' presente solo nella tradizione orale ed in quella scritta della lingua dei "visi pallidi". In un articolo molto simpatico sul numero su Wired un giornalista dal nome che e' tutto un programma R.U.Serious (che in inglese suona Are you serious?) raggruppa i favolosi quattro del postmodernismo (Baudrillard, Derrida, Delenze e Bataille) e si diverte a domandarsi se il fatto che Pol Pot abbia frequentato intellettuali francesi non sia da correlare a quello che, una volta tornato in Cambogia, ha ordinato ai suoi Khmer rossi di uccidere tutte le persone con gli occhiali(20). Come l'autore sottolinea infatti questi intellettuali offrono l'unica "prospettiva originale sulla natura schizofrenica e crudele della tecnocultura della fine del ventesimo secolo, impegnandosi tuttavia in sofisterie linguistiche per cercare di salvare il culto insignificante del Marxismo"(21). Ammiro molto, nonostante le difficolta' del linguaggio, gli intellettuali francesi e Dio volesse che l'intellighenzia italiana avesse la stessa apertura mentale e sensibilita' nei diversi campi, specie in quello degli studi femministi. In Italia siamo ancora ad uno chauvinismo tale che passa quasi disattesa o sconosciuta la sofisticata e ricca produzione teorica di un gruppo come Diotima,ad esempio, le cui aderenti pagano il prezzo delle loro scelte essendo ancora ai livelli accademici piu' bassi nella maggior parte dei casi. Scivoloni e tonfi pesanti avvengono anche tra i francesi e consiglio di leggere a questo proposito quello che alcune femministe americane dicono di Baudrillard (Suzanne Moore lo chiama il "pappone del postmodernismo"), soprattutto riguardo al problema della seduzione. Quello che vorrei ricordare loro e' che non si deve mai dimenticare, e mi riferisco soprattutto a Deleuze Guattari che scrivono per me le cose piu' poeticamente convincenti, che per quanto nomadica sia la scelta che si fa, gli uomini europei e bianchi hanno sempre cominciato da un posto sicuro, dove possono sempre tornare, sebbene possa essere in frantumi, alla fine del giorno in quanto cio' e' codificato da una cultura secolare. "Passing" significa allora essere si' "nomadi", andare alla deriva ed essere quello che si vuole, e la tecnologia ci puo' aiutare, ma senza avere le possibilita' di alcun porto sicuro. Penso alla creazione scherzosa di una delle grandi teoriche della tecnologia come Donna Haraway. I cyborgs (organismi cibernetici che hanno componenti organiche e tecnologiche) sono mostri che, come le scimmie e le donne condividono un luogo destabilizzante nella grande narrativa evoluzionista tecnologica e biologica occidentale(22). Possono pertanto prefigurare e rifigurare mondi possibili e dimostrare altri ordini di significazione. Questo significa, come per i guerrieri postindiani, "passare" rispetto all'identita', raccontando storie ironiche inventate che spiazzano e ci spiazzano rispetto alla centralita' della rappresentazione codificata. In questo senso noi donne non abbiamo nessun luogo sicuro neanche inconscio da rivendicare nessuna certezza, nessun posto dove sostare neanche per la notte e forse possiamo davvero cambiare le strutture della narrazione e della rappresentazione. Non eravamo nei luoghi dove si e' fatta la storia e da quei non luoghi da dove comincia la nostra storia, da quell'incontro con il "time lag" possiamo parlare, e muoverci spostandoci continuamente dentro e fuori avanti e indietro, passando da un'identita' all'altra, da un luogo all'altro, non tanto e non solo per non essere viste, ma per non essere costrette a ruoli o generi che ci incatenino questa volta for ever. Soprattutto affermando nuovi bisogni, nuovi desideri, nuove concezioni del piacere e dell'erotismo nella vita quotidiana attraverso una tecnologia amica che, come ci insegna Laurie Anderson, si consideri un mezzo da cui tuttavia prendere le distanze per non bruciarsi. Perche' il femminismo non sia un carcere, ma un oggetto di desiderio entro cui ogni io individuale sia piu' interessato al viaggio che al punto di arrivo. (1) DWF. Riconoscersi nei progetti Utopia, Roma trimestrale 1993 (2) Hommi K. Bhabha The locatio of Culture Routledge, London and New York, 1994 p. 247. (3) Howard Rheingold The Virtual Community. Homesteading on the Electronic frontier, Addison Wesley, 1993, cap. 5 pp. 145-175. (4) Cfr. Newsweek 16 maggio 1994 Men, Women & Computers di Barbara Kantrowitz, pp. 48-55 (5) Arthur and Marilouise Kroker (a cura di) The Last sex. Feminism and Outlaw Bodies St. Martin Press, New York, 1993 (6) Dianne Chislom Violence against Violence against Women: An Avant- Garde for the Times in The last sex. op. cit. pp. 30-66. (7) Avital Ronell Angry Women Re/Search Publication, San Francisco, 1991, p. 153 (8) Monique Wittig les Guerrilleres ed, Minuit Paris, 1969 (9) Hakim Bey T.A.Z. The Temporary Autonomous Zone, Ontological Anarchy, Poetic terrorism Atonomedia, New York, 1991 (10) Franz Fanon The Wretched of the Earth trad. Costance Farrington, Grove Press, New York 1963 (11) Hachim Bey T.A.Z. The Temporaey Autnomous Zone... op. cit. p. 128. (12) Neil Postmann Amusing Ourselves to Death. Public Discourse in the Age of Show Business Penguin Books, New York, 1986 (13) Pamela Mc Corduck America's Multimediatrix, intervista a Laurie Anderson in Wired, marzo, 1994, pp. 79 e seguenti. (14) Susan Mc Lary This Is Not a Story My People Tell: Musical Time and Space According to Laurie Anderson in Feminist Endings: Music, Gender and Sexuality University of Minnesota Press, Minnesota- Oxford, 1991, p. 138 (15) Laurie Anderson in America's multimediatrix op. cit. p. 137 (16) Teresa de Lauretis Technology of Gender in Technologies of Gender: Essay on Theory, Film and Fiction Indiana University Press, Bloomington, 1987, p. 26 (17) Nella Larsen "Passing" Negro University Press, New York, 1969. (18) Ivi pp. 97-98. (19) Cfr. Gerald Vizenor Manifest manners: Postindian Warriors of Survivance Wesleyan University Press, New England-Hanover and London 1994 (20) R.U. Serious Po-mo to go. A User's Guide to Trendy French Intellectuals in Wired giugno, 1994 (21) Ivi, p. 54 (22) Donna j. Haraway Simians, Cyborg and Women. The Reinvention of Nature Routledge, New York, 1991