Passing: verso un femminismo nomade


                            Sommario 



            di Anna Camaiti Hostert


            La posizione piu' frequente delle donne nei confronti della  tecnologia 

            e' stata quella di un rifiuto che ha assecondato in parte l'immaginario 

            maschile  della  continuita'  tra Donna e Natura  ed  un'esclusione  da 

            questa  diade del problema della tekne a cui certamente  appartiene  la 

            filosofia,  ma  anche quello di certo pensiero femminista  tra  cui  il 

            pensiero  della  differenza  che  viceversa  vede  la  tecnologia  come 

            un'intrusione  nella singolarita' del corpo femminile.  Scrive  Adriana 

            Cavarero  nell'ultimo numero di DWF: "La tecnologia e la  manipolazione 

            tecnologica  di tutti, fino alla moltiplicazione infinita dei  corpi  e 

            fino all'indicibilita' dell'esperienza bios di ciascuno, questo e' cio' 

            che  l'epoca  vuole  celebrare  con  una  specie  di  eternita'  o   di 

            catastrofismo...  Credo  in una sorta di transito:  questa  tecnologia, 

            attualmente imperante, non e' l'ultimo orizzonte dell'umanita' e  della 

            storia:  e'  attraversabile,  non verso  una  direzione  qualsiasi,  ma 

            ponendo  punti di resistenza alla sua totale vittoria.  La  corporeita' 

            singolare  e'  dal punto di vista politico un punto di  resistenza.  E' 

            cio'  che  voglio opporre all'invasione tecnologica. Il  mio  corpo  lo 

            ritengo un ambito inviolabile"(1).

            Dall'altro il problema della memoria e dell'origine e' legato a  quello 

            dell'identita' femminile in rapporto al linguaggio. Il genere femminile 

            non puo' rivendicare memoria perche' non e' mai stato protagonista, non 

            ha   imparato   pertanto  l'arte  di  tesaurizzare   in   funzione   di 

            rappresentare,  e nello scarto che sempre intercorre tra  percezione  e 

            verbalizzazione  ha vissuto una doppia estraniazione sia nel  tentativo 

            di  superare quello scarto sia in quello di usare una parola da cui  e' 

            sempre stato escluso. Per memorizzare bisogna avere un passato. Ma come 

            puo' averlo chi non ha mai avuto neanche l'autorita' del testimone? Chi 

            non  si  e'  mai  costruito una soggettivita'?  Ed  ecco  il  paradosso 

            attuale:  sono dunque le donne forse avvantaggiate dalla loro  mancanza 

            di  memoria  adesso  che  con la crisi  della  ragione,  la  crisi  del 

            soggetto,  l'irruzione prepotente delle nuove tecnologie, le  strutture 

            conoscitive,  le modalita' individuali e collettive di apprendimento  e 

            di memorizzazione al pari della fisicita' in senso spaziale e temporale 

            sono  soggette ad una "mutazione"? O sono forse condannate  a  ripetere 

            gli  errori  di  chi  le ha precedute? Cosa  succede  a  quel  pensiero 

            femminista  che aveva cercato di costruire un'identita'  proprio  sulla 

            differenza  sessuale in un mondo dove la natura non c'e' piu',  dove  i 

            corpi  si moltiplicano e si puo' giocare con le differenze di  "gender" 

            assumendo  le  identita' sessuali che si vuole? Non  rischia  forse  di 

            proporre  soluzioni che arrivano in ritardo? Proprio su quest'idea  del 

            ritardo  mi  vorrei  soffermare  rivendicandone  la  centralita'  nella 

            narrazione  della storia della modernita' in quanto rinegoziazione  dei 

            luoghi  o  meglio dei non - luoghi di coloro, come le  donne,  che  non 

            hanno  avuto la possibilita' di costruirsi la propria  soggettivita'  e 

            che cercano di capire chi sono nella realta' contemporanea.

            Il  ritardo  infatti rappresenta quella censura della  narrative  della 

            modernita' che come De Certeau ha detto, descrive il non spazio da  cui 

            tutte  le operazioni storiografiche cominciano, il "lag" che  tutte  le 

            storie  devono incontrare per avere un inizio. Proprio questa  idea  di 

            "time  lag"  e'  centrale nel libro The Loction  of  Culture  di  Hommi 

            Bhabba.  L'autore  si riferisce in particolare al problema dei  neri  e 

            dello  spazio  post-coloniale, ma comunque le sue  considerazioni  sono 

            applicabili anche alle donne come soggetti che compaiono sulla scena di 

            una  storia fatta da altri. Il concetto di "time lag" vuole essere  una 

            critica  dell'analitica spaziale della modernita' di  Foucault.  Scrive 

            Bhabba:"Il  ritardo e' la struttura della differenza e della  divisione 

            entro  il discorso della modernita' che la trasforma in un processo  di 

            performing. A quel punto ogni ripetizione del segno della modernita' e' 

            differente,   specifica  alle  condizioni  storiche  e   culturali   di 

            enunciazione (...)(2).

            La  presenza  di  coloro  che la' non c'erano  rimane  la  presenza  di 

            un'assenza  che  deve  segnare il tempo della  modernita'  e  che  deve 

            rappresentare nella vita quotidiana l'esistenza di chi e' sopravvissuto 

            all'incubo  dell'assenza,  rinegoziare le  categorie  culturali,  senza 

            sclerosi o resistenze passatiste.

            Oggi la tecnologia, come ci spiega Howard Rheingold nel suo The virtual 

            community incoraggia, nei MUDs ad esempio, sempre di piu' a falsificare 

            le  identita' sessuali. I componenti sono per la maggior parte  uomini, 

            alcuni  dei  quali amano descriversi come donne(3). Il fenomeno  e'  in 

            grande  espansione  come anche gli episodi di  molestie  sessuali  alle 

            donne  che  fanno  parte di queste comunita' virtuali. E'  il  modo  di 

            intendere  la tecnologia lo stesso per uomini e donne? In  una  recente 

            indagine  sulla rivista Newsweek si conclude che gli uomini tendono  ad 

            essere piu' affascinati e sedotti dalla tecnologia che non le donne che 

            viceversa  ne vedono l'utilita' pratica. Gli uomini vedono le  macchine 

            come  estensione del loro potere fisico, le donne come elementi  capaci 

            di  soddisfare i loro bisogni e desideri. Infine nei giochi (che  nella 

            maggior parte dei casi vengono programmati da uomini, anche se la prima 

            programmatrice  di  computer e' stata una donna Ada Lovelace  verso  la 

            meta' dell'ottocento) le donne a differenza degli uomini,  preferiscono 

            giochi non lineari con piu' di una soluzione, non amano vedere la morte 

            dei  personaggi sullo schermo e lavorano piu' volentieri in  gruppo(4). 

            E'  dunque  forse vero che quest'era di ricostruzione  di  modelli  del 

            sapere  abbia  come  protagoniste le donne che  rifondano  un  universo 

            simbolico  nuovo  e  creano  strutture  culturali  con  l'aiuto   della 

            macchina?  La mutazione che stiamo attraversando e' epocale e  ci  sono 

            tutte  le condizioni perche' cio' avvenga. Ma alla  trasformazione  che 

            stiamo  vivendo con una grande sofferenza si accompagna la  distruzione 

            di molte sicurezze certezze durate circa un millennio e  parallelamente 

            una  riterritorializzazione  di  matrici  identitarie   etnico-razzial-

            religiose che costituiscono un serio pericolo.

            E'  il  bisogno dell'identita', dell'origine comune,  del  marchio  che 

            differenzia dall'altro a presentarsi oggi ossessivamente. 

            "Tutto  quello  che  rimanda  alla volonta'  di  purezza,  intesa  come 

            'pulizia' sessuale, etnica, corporale, intellettuale e razziale e'  una 

            nuova forma di fascismo culturale legato alla nostalgica difesa di puri 

            referenti  che  non sono mai esistiti e alla paura panica di  un  mondo 

            sporco.  E  naturalmente e' di questo sporco che the "last  sex"  vuole 

            occuparsi, scrivono Arthur e Marylouise Crocker nell'articolo che  apre 

            la  raccolta collettanea del volume da essi curato(5). In questo  libro 

            che  porta sulla copertina una donna molto sexy con accanto la  scritta 

            "gli  uomini  sono stupidi; lo so perche' ero uno di loro" i  corpi  in 

            maggioranza femminili, nei racconti della carriere, vogliono  liberarsi 

            della loro pesantezza. Cosi' ci sono racconti di donne perseguitate dal 

            problema  della  grassezza, terrorizzate dalla  paura  della  violenza, 

            corpi  che  hanno  cambiato  sesso,  corpi  mediati  dalla  tecnologia, 

            racconti  di piaceri sadomaso etc. Non si vuole certamente  abbandonare 

            l'importanza   del  corpo,  e  ritornare  alla  divisione   corpo-mente 

            platonica.  Anzi il contrario. Si vuole semplicemente  abbracciare  una 

            leggerezza  che faccia del corpo non un elemento di resistenza,  ma  di 

            duttilita'.  All'ultimo  sesso appartengono tutti coloro che  non  sono 

            spaventati dalla possibilita' di travalicare i confini del mondo chiuso 

            della sessualita' puramente binaria. L'idea di abbandonare il culto del 

            "gender"  che critica ogni appropriazione maschile del corpo  femminile 

            e'  il  punto di partenza da cui muovono i due autori a favore  di  una 

            visione  che  tralasci il problema dell'origine e attraversi  i  generi 

            sessuali grazie alle nuove acquisizioni tecnologiche, producendo quella 

            classe  di 'corpi fuorilegge', outlaw bodies, che corrispondono ad  una 

            nuova  forza  eversiva di produzione tecnologica. Quello che  i  membri 

            dell'ultimo  sesso  hanno  in  comune sono  tre  cose:  il  rifiuto  di 

            categorie   precostruite,   una  coraggiosa   insistenza   nell'impegno 

            politico,  quello  pero' che privilegia le  categorie  di  ambivalenza, 

            ironia  e  paradosso, e un comune rifiuto di ogni singola  posizione  o 

            referente  come  punto fisso arresto. Zattere di  stati  intersessuali, 

            stati di intersessualita', come sesso virtuale che si e' liberato dalla 

            violenza del sacrificio. 

            Certo non bisogna dimenticare che la dirompenza del desiderio femminile 

            ha contribuito a mettere in crisi la solida soggettivita' maschile,  la 

            sua identita' forte, l'idea della ragione sulla quale si era basata  da 

            Platone  in  poi. Questo ha prodotto disagio,  sofferenza  ha  generato 

            riaggregazioni pericolose di maschilismo e di violenza contro le donne, 

            ma  ha  anche  prodotto teorie  basate  su  categorie  tradizionalmente 

            femminili: la debolezza, la dolcezza, nonostante questo  riconoscimento 

            non sia mai venuto da parte di coloro che se ne sono appropriati (leggi 

            ad esempio pensiero debole).

            All'incremento  della  violenza c'e' chi come Dianne  Chisolm  risponde 

            suggerendo  una rivoluzione simbolica che non risparmi la  violenza(6). 

            Una  simbolica  contro-violenza  come  propone  Wittig,  un'avanguardia 

            armata   di   una  semiologia  politica  che  lavori   a   livello   di 

            linguaggio/manifesto  di lingua/azione che trasformi e  faccia  storia. 

            Un'avanguardia  che  investighi  concretamente  le  possibilita'  della 

            biogenetica, della biotecnica e tutti i campi della tecnologia, che  la 

            smetta  di essere "fobica rispetto a queste aree del sapere perche'  e' 

            cruciale  che  le donne siano coinvolte nell'investigare,  esplorare  e 

            dare  forma alle realta' tecnologiche del futuro"(7). Acker propone  un 

            modello  di  Amazzone  guerrigliera,  un'avanguardia  nomadica  che  si 

            opponga ai tentativi di estensione del dominio e attacchi rapidamente e 

            di sorpresa. Les Guerilleres di Monique Wittig(8), un po' come i gruppi 

            T.A.Z.(9)  colpiscono, fanno imboscate e abbandonano il terreno con  lo 

            stesso spiegamento poetico di violenza che Fanon rivendica per i popoli 

            colonizzati(10).  Ma  le guerrigliere di Wittig non usano  la  violenza 

            organizzata o quella at random del T.A.Z., ma fantasie ritualizzate, il 

            teatro,  la  danza  come potenti strategie  per  mobilitare  un  fronte 

            aggressivo. Per loro non e' violenza dell'oppressore ma la loro  stessa 

            violenza che recuperano ed incorporano in una cultura fisica e lirica a 

            provocare  una  crisi culturale e una rivoluzione.  Il  recupero  della 

            dimensione  ironica giocosa, leggera della rivoluzione che  cosi'  come 

            per   i  T.A.Z.  rappresenta  il  nuovo.   L'importanza   dell'elemento 

            tecnologico  e di quello artistico sono centrali nelle formulazioni  di 

            queste  due  avanguardie.  Certo non siamo qui'  a  riproporre  nessuna 

            rivoluzione che come scrive Hakim Bey da toxin e' divenuta toxin (cioe' 

            da  campana  a martello e' divenuta tossina) dove non si e'  capaci  di 

            sfuggire  all'incubo  dello  Stato.  L'idea  e'  quella  di  usare   la 

            tecnologia  come  forma  di  contropotere,  nel  senso  non  certo   di 

            organizzazione  duratura  di gruppi, ma come propone Bey  in  forme  di 

            counter Net o Web che i T.A.Z. usano secondo una tattica di  scomparsa. 

            compiere  atti  immediati  e  veloci  di  "pirateria"  informatica  che 

            garantiscano una struttura democratica delle informazioni attraverso il 

            counter Net e orizzontalizzare gli scambi di informazione attraverso il 

            Web  che diventa un tronco in piu' da aggiungersi agli  altri,  un'arma 

            della  democrazia.  Subito  dopo scomparire.  "Perche'  confrontare  il 

            potere  quando ha ormai perso ogni significato e diviene solo una  pura 

            simulazione?"(11).  Mi  piace  l'idea che i  T.A.Z.  rappresentino  una 

            possibile alternativa all'imperversare di un'informazione strutturata e 

            contrastino  il  trend dell'arte come merce. Mi convince  un  po'  meno 

            quella  che  siano  l'unico possibile tempo  e  luogo  dell'accadimento 

            artistico  come  puro piacere del gioco creativo,  dove  le  mediazioni 

            scompaiono.  Questo  non perche' io sia fanatica delle  mediazioni,  ma 

            perche'  non  credo che la scomparsa  (disappearance),  l'invisibilita' 

            come  Bey teorizza sia la soluzione al problema. Non credo infatti  che 

            la   risposta  ai  problemi  della  democrazia  tecnologica  sia   solo 

            descrivibile  partendo  dall'idea orwelliana di Panopticon per  cui  il 

            fine  ultimo  sia  quello  di non essere  visti.  Forse  Huxley  si  e' 

            avvicinato   di   piu'  al  problema  (e  consiglio   di   leggere   il 

            divertentissimo  libro  di Neil Postmann(12), ma anche li'  ho  le  mie 

            perplessita'  dovute  al catastrofismo e al moralismo che  vi  si  puo' 

            rintracciare.  Sebbene  l'evoluzione  del global village  sia  "Out  of 

            control"  come  dice  Brzezinski  la  soluzione  non  sta  certo  negli 

            imperativi morali di memoria kantiana da cui si puo' forse partire,  ma 

            solo  per superarli. Certo l'idea del gioco con la tecnologia me ne  fa 

            intravedere  i  limiti, non in funzione di punti di resistenza,  ma  di 

            spiazzamento tattico. 

            Laurie  Anderson,  la "multimediatrice americana",  come  la  definisce 

            Pamela  Mc Corduck "at randan"(13), gioca con la tecnologia  da  sempre 

            alterando la sua voce con il Vocoder, con un cuscinetto dentro la bocca 

            o producendo vibrazioni insolite attraverso la connessione di parti del 

            suo corpo al microfono.

            "Identificandosi   con   la  macchina   Anderson   solleva   l'ansieta' 

            convenzionale  del  robot autodiretto che ostenta  la  sua  costruzione 

            elettronica. Lo spazio nella sua musica non e' un concetto  metaforico, 

            ma invece il luogo di molti tipi di lotte. i elettronicamente  saturato 

            nello  stesso  momento  in cui insiste sul corpo neutro  che  e'  stato 

            cancellato   nelle   teorie  della  musica,  ma  il   corpo   femminile 

            problematicamente  inteso che tradizionalmente e' stato il luogo  dello 

            spettacolo"(14). Proprio per bilanciare queste tensioni Anderon  assume 

            un ruolo androgino gioca con gli stereotipi della sessualita'. Il corpo 

            non  e' piu' inviolabile e sacro e la tecnologia oltre a divenire  quei 

            "15  milioni di watt da cui dipende il suono della musica" e' come -  e 

            sono le parole di Anderson - "il fuoco intorno al quale ci  raccogliamo 

            per  raccontare le nostre storie. C'e' una sorta di attrazione  per  la 

            luce e per questo tipo di potere che e' sia caldo che distruttivo"(15).

            Anderson  mette  in  pratica due elementi  essenziali  per  la  critica 

            femminista  post  strutturalista:  decostruisce  la  tradizione  quando 

            necessario, ma tenta anche di immaginare nuove realta' sociali, secondo 

            cui  la celebrazione dell'erotismo non riduce necessariamente la  donna 

            ad  oggetto sessuale, ma celebra invece l'unita' dell'intelletto e  del 

            corpo,sviluppando nuovi modelli di piacere e di erotismo. Scrive Teresa 

            De  Lauretis: il movimento "in e out" dal genere come  rappresentazione 

            ideologica  che io propongo caratterizzi il soggetto del femminismo  e' 

            un  movimento  avanti e indietro tra la rappresentazione del  genere  e 

            quello  che la rappresentazione lascia fuori o piu'  esattamente  rende 

            irrapresentabile... Cosi' abitare ambedue i tipi di spazio allo  stesso 

            tempo e' vivere la contraddizione che io ho suggerito, e' la condizione 

            del  femminismo  qui' ed ora: la tensione di qualcosa che tira  in  due 

            direzioni  contrarie  -  la  critica negativita'  della  sua  teoria  e 

            l'affermativa  positivita'  della sua politica - e' sia  la  condizione 

            storica dell'esistenza del femminismo sia la sua teorica condizione  di 

            possibilita'"(16).  Il  lavoro di Laurie Anderson ha messo  in  pratica 

            questa soluzione continuamente. 

            Il  termine "passing" e' strettamente legato ad un  contesto  razziale. 

            Significa infatti per un nero in generale, quando il suo aspetto fisico 

            glielo  consenta,  voler  passare  per  bianco  e  non  e'  considerato 

            esattamente come qualcosa, almeno dagli anni '60 in poi, che possa  far 

            parte  del corredo della Potcal Correctness. E'infatti stato  giudicato 

            un  tradimento delle proprie origini e della propria razza.  Pubblicata 

            per  la prima volta nel 1929 e scritta da nella Larsen "Passing" e'  la 

            storia  di  due  amiche  nere, dei loro  diversi  destini  e  dei  loro 

            rapporti(17).  Una  di loro Clare sposa un bianco razzista che  odia  i 

            neri senza mai confessargli la sua origine, cioe' "she passes"; l'altra 

            Irene  invece sposa un medico nero benestante, passando dal  ghetto  di 

            Chicago   a  quello  di  Harlem.  In  questa  lunga  storia  la   parte 

            interessante e' che nonostante Irene sia fiera della sua provenienza  e 

            condanni chi rinnega la propria razza, si sente attratta verso  l'amica 

            che  rappresenta  l'altra parte di se stessa. Che cosa  l'attrae  verso 

            questa  persona  che dice di disprezzare profondamente, perche'  si  e' 

            allontanata  dalla  propria origine? C'e' la curiosita' di  sapere  che 

            cosa  significhi quella scelta in quanto "momento di rottura con  tutto 

            cio'  che  e' familiare e amico per rischiare di entrare  in  un  altro 

            ambiente non interamente estraneo, forse, ma certamente non interamente 

            amichevole.  E'  buffo  tutto cio' che  riguarda  questo  problema  del 

            passing. Noi lo disapproviamo e allo stesso tempo lo perdoniamo. Eccita 

            il nostro disprezzo ma anche la nostra ammirazione. Lo respingiamo  con 

            uno   strano  tipo  di  repulsione  ma  lo  proteggiamo(18).   E   c'e' 

            l'attrazione  per  una  sorta di ambivalenza che e'  si  una  forma  di 

            sudditanza, ma anche una di contropotere che, come ricorda il marito di 

            Irene e' a senso unico in quanto e' possibile solo ai neri. E'quindi un 

            modo di mascherarsi, di infiltrarsi senza essere scoperti. La scelta di 

            un  posto  sicuro a cui fare ritorno, la razza,  il  matrimonio  seppur 

            vacillante  e'  quella  che preferisce Irene pur  di  non  mettersi  in 

            discussione. Certo, dati i tempi l'autrice alla fine fa morire Clare  e 

            ci descrive una Irene sconvolta per il resto della vita che  certamente 

            non sara' piu' la stessa dopo la morte dell'amica.

            Vorrei  partire  dal  contesto primitivo della parola  "passing"  e  da 

            alcuni  "input"  che  vengono da questa  novella  per  trasformarne  il 

            significato   dalla  sua  riprovazione  originale  in  uno   non   solo 

            accettabile,  ma  auspicabile anche se in senso del tutto  diverso.  Il 

            verbo  to  pass in inglese ha molti significati tra cui pass  by,  pass 

            through,  pass for, pass on, pass out e cosi' via. Contiene come  anche 

            in  italiano, la radice della parola past, ma soprattutto e'  un  verbo 

            che  si riferisce ad una dimensione spaziale e temporale di  movimento. 

            E' un verbo che ignora la staticita'. Si passa attraverso, per,  sotto, 

            sopra  la realta', la si ignora, la si crea, si inventano  gli  eventi, 

            specie  se in questo si e' aiutati da una tecnologia complice.  Bisogna 

            cominciare  a  rispondere ai comportamenti codificati  della  narrativa 

            dominante   sottraendosi  ad  essa.  Bisogna  mettere  in   pratica   i 

            comportamenti   dei  guerrieri  post-indiani.  Chi  sono  i   guerrieri 

            postindiani  se  non simulazioni postmoderne, "trickster  figures"  che 

            giocano ad inventarsi, a raccontare, vista la loro sopravvivenza  nella 

            cultura  dominante  che li ha relegati nelle riserve,  le  loro  storie 

            cercando  di  distruggere  ogni  progetto  di  autenticita'(19).  Cosi' 

            facendo  spiazzano  ogni  mito  di  Indianita'  creato  dalla   cultura 

            occidentale per celebrare la sua innocenza. I guerrieri postindiani che 

            si  appropriano  delle simulazioni proprio  per  contrattaccare  questa 

            tendenza,  in realta' assicurano cosi' la loro presenza tribale.  "They 

            pass"  nel  senso  che passano per qualcosa che non esiste  piu'  e  ne 

            simulano, ne fingono la realta'. Passano per quello che non sono e  non 

            sono mai stati e si raccontano inventandosi una realta' che non e'  mai 

            esistita Perche' il loro passato, cancellato al momento dell'invenzione 

            dell'Indianita',  e' presente solo nella tradizione orale ed in  quella 

            scritta della lingua dei "visi pallidi".

            In  un articolo molto simpatico sul numero su Wired un giornalista  dal 

            nome  che e' tutto un programma R.U.Serious (che in inglese  suona  Are 

            you   serious?)  raggruppa  i  favolosi  quattro   del   postmodernismo 

            (Baudrillard, Derrida, Delenze e Bataille) e si diverte a domandarsi se 

            il  fatto che Pol Pot abbia frequentato intellettuali francesi non  sia 

            da  correlare a quello che, una volta tornato in Cambogia, ha  ordinato 

            ai suoi Khmer rossi di uccidere tutte le persone con gli  occhiali(20). 

            Come  l'autore sottolinea infatti questi intellettuali offrono  l'unica 

            "prospettiva  originale  sulla  natura schizofrenica  e  crudele  della 

            tecnocultura della fine del ventesimo secolo, impegnandosi tuttavia  in 

            sofisterie linguistiche per cercare di salvare il culto  insignificante 

            del   Marxismo"(21).  Ammiro  molto,  nonostante  le  difficolta'   del 

            linguaggio,   gli   intellettuali   francesi   e   Dio   volesse    che 

            l'intellighenzia   italiana  avesse  la  stessa  apertura   mentale   e 

            sensibilita'   nei  diversi  campi,  specie  in  quello   degli   studi 

            femministi.  In Italia siamo ancora ad uno chauvinismo tale  che  passa 

            quasi disattesa o sconosciuta la sofisticata e ricca produzione teorica 

            di un gruppo come Diotima,ad esempio, le cui aderenti pagano il  prezzo 

            delle loro scelte essendo ancora ai livelli accademici piu' bassi nella 

            maggior parte dei casi. Scivoloni e tonfi pesanti avvengono anche tra i 

            francesi  e consiglio di leggere a questo proposito quello  che  alcune 

            femministe americane dicono di Baudrillard (Suzanne Moore lo chiama  il 

            "pappone  del postmodernismo"), soprattutto riguardo al problema  della 

            seduzione.  Quello  che vorrei ricordare loro e' che non  si  deve  mai 

            dimenticare, e mi riferisco soprattutto a Deleuze Guattari che scrivono 

            per  me le cose piu' poeticamente convincenti, che per quanto  nomadica 

            sia  la  scelta che si fa, gli uomini europei e  bianchi  hanno  sempre 

            cominciato  da  un posto sicuro, dove possono sempre  tornare,  sebbene 

            possa  essere  in  frantumi, alla fine del giorno  in  quanto  cio'  e' 

            codificato  da una cultura secolare. "Passing" significa allora  essere 

            si'  "nomadi", andare alla deriva ed essere quello che si vuole,  e  la 

            tecnologia  ci  puo' aiutare, ma senza avere le possibilita'  di  alcun 

            porto  sicuro.  Penso  alla creazione scherzosa  di  una  delle  grandi 

            teoriche della tecnologia come Donna Haraway.

            I  cyborgs  (organismi  cibernetici che hanno  componenti  organiche  e 

            tecnologiche)  sono mostri che, come le scimmie e le donne  condividono 

            un   luogo   destabilizzante  nella  grande   narrativa   evoluzionista 

            tecnologica e biologica occidentale(22). Possono pertanto prefigurare e 

            rifigurare mondi possibili e dimostrare altri ordini di significazione.

            Questo significa, come per i guerrieri postindiani, "passare"  rispetto 

            all'identita', raccontando storie ironiche inventate che spiazzano e ci 

            spiazzano rispetto alla centralita' della rappresentazione  codificata. 

            In  questo  senso  noi donne non abbiamo nessun  luogo  sicuro  neanche 

            inconscio  da rivendicare nessuna certezza, nessun posto  dove  sostare 

            neanche  per  la notte e forse possiamo davvero cambiare  le  strutture 

            della narrazione e della rappresentazione.

            Non eravamo nei luoghi dove si e' fatta la storia e da quei non  luoghi 

            da dove comincia la nostra storia, da quell'incontro con il "time  lag" 

            possiamo  parlare, e muoverci spostandoci continuamente dentro e  fuori 

            avanti  e  indietro, passando da un'identita' all'altra,  da  un  luogo 

            all'altro, non tanto e non solo per non essere viste, ma per non essere 

            costrette a ruoli o generi che ci incatenino questa volta for ever. 

            Soprattutto affermando nuovi bisogni, nuovi desideri, nuove  concezioni 

            del  piacere  e  dell'erotismo nella  vita  quotidiana  attraverso  una 

            tecnologia amica che, come ci insegna Laurie Anderson, si consideri  un 

            mezzo  da cui tuttavia prendere le distanze per non bruciarsi.  Perche' 

            il femminismo non sia un carcere, ma un oggetto di desiderio entro  cui 

            ogni  io  individuale sia piu' interessato al viaggio che al  punto  di 

            arrivo.



             (1) DWF. Riconoscersi nei progetti Utopia, Roma trimestrale 1993

             (2) Hommi  K. Bhabha The locatio of Culture Routledge, London and  New 

                 York, 1994 p. 247.

             (3) Howard  Rheingold  The  Virtual  Community.  Homesteading  on  the 

                 Electronic frontier, Addison Wesley, 1993, cap. 5 pp. 145-175.

             (4) Cfr.  Newsweek  16 maggio 1994 Men, Women & Computers  di  Barbara 

                 Kantrowitz, pp. 48-55

             (5) Arthur  and Marilouise Kroker (a cura di) The Last  sex.  Feminism 

                 and Outlaw Bodies St. Martin Press, New York, 1993

             (6) Dianne Chislom Violence against Violence against Women: An  Avant-

                 Garde for the Times in The last sex. op. cit. pp. 30-66.

             (7) Avital  Ronell Angry Women Re/Search Publication,  San  Francisco, 

                 1991, p. 153

             (8) Monique Wittig les Guerrilleres ed, Minuit Paris, 1969

             (9) Hakim  Bey  T.A.Z.  The  Temporary  Autonomous  Zone,  Ontological 

                 Anarchy, Poetic terrorism Atonomedia, New York, 1991

            (10) Franz  Fanon The Wretched of the Earth trad. Costance  Farrington, 

                 Grove Press, New York 1963

            (11) Hachim Bey T.A.Z. The Temporaey Autnomous Zone... op. cit. p. 128.

            (12) Neil Postmann Amusing Ourselves to Death. Public Discourse in  the 

                 Age of Show Business Penguin Books, New York, 1986

            (13) Pamela  Mc Corduck America's Multimediatrix, intervista  a  Laurie 

                 Anderson in Wired, marzo, 1994, pp. 79 e seguenti.

            (14) Susan Mc Lary This Is Not a Story My People Tell: Musical Time and 

                 Space  According  to Laurie Anderson in Feminist  Endings:  Music, 

                 Gender  and  Sexuality University of Minnesota  Press,  Minnesota-

                 Oxford, 1991, p. 138

            (15) Laurie Anderson in America's multimediatrix op. cit. p. 137

            (16) Teresa de Lauretis Technology of Gender in Technologies of Gender: 

                 Essay  on  Theory,  Film and  Fiction  Indiana  University  Press, 

                 Bloomington, 1987, p. 26 

            (17) Nella Larsen "Passing" Negro University Press, New York, 1969.

            (18) Ivi pp. 97-98.

            (19) Cfr.  Gerald  Vizenor  Manifest manners:  Postindian  Warriors  of 

                 Survivance  Wesleyan  University Press,  New  England-Hanover  and 

                 London 1994

            (20) R.U.  Serious  Po-mo  to  go. A  User's  Guide  to  Trendy  French 

                 Intellectuals in Wired giugno, 1994

            (21) Ivi, p. 54

            (22) Donna  j.  Haraway Simians, Cyborg and Women. The  Reinvention  of 

                 Nature Routledge, New York, 1991