Diversita', differenza, soggettivita'
Sommary
di Elisabetta Donini
Negli anni recenti si sono date anche nell'area del Mediterraneo varie vicende di relazioni tra donne che hanno consentito di provare quanta forza ciascuna possa trarre dalla messa in comune di progetti e di esperienze. Per mio coinvolgimento diretto, mi riferisco qui soprattutto al lungo e complesso lavorio di interazioni tra italiane, palestinesi e israeliane avviate con un campo di pace a Gerusalemme(1) nell'agosto '88 e sviluppatosi poi in una vasta articolazione di iniziative, programmi comuni, confronti teorici(2). L'intenzione che aveva mosso all'origine alcune di noi era stata quella di entrare in contatto con i problemi di altre donne, in realta' esterne alla nostra ma di cui ci sentivamo partecipi: ci premeva infatti tentare percorsi tra donne che riuscissero a passare attraverso il conflitto che divideva - e in larga misura tuttora divide - le due societa', quella palestinese e quella israeliana. Nella prospettiva che ci caratterizzava, contavamo cioe' di poter far leva sulla differenza (delle donne dagli uomini) per sperimentare una pratica positiva - anziche' di ostilita' e incompatibilita' reciproca - delle differenze (tra donne). In questa sede non mi riprometto di discutere se, come, quanto quel progetto si sia realizzato; desidero piuttosto ragionare di uno spostamento di orizzonte che e' ben significato da come di recente si sono instaurate varianti sul nome in cui ci eravamo riconosciute sin dall'inizio come rete italiana. "Visitare luoghi difficili", dove l'accento era posto sulla tensione verso altri mondi. Nello scorso giugno, invece, un convegno di donne dell'Associazione per la Pace si e' svolto all'insegna di "Abitare luoghi difficili", a sottolineare che abbiamo "in casa" un gran numero di nodi di violenza con cui confrontarci, dalla mafia alle intolleranze etniche e ai risentimenti. i proprio in questa diversa dimensione - riportata all'interno della situazione in cui ciascuna vive - che mi sembra da riesaminare a fondo il binomio differenza/differenze, per interrogarsi sull'attualita' e l'efficacia di una prospettiva politica che voglia ancora concentrarsi sul darsi forza in quanto donne, in presenza di un contesto che sempre meno pare invece disposto a valorizzare la soggettivita' femminista. D'altra parte, alcuni dei piu' grossi problemi di disparita' tra i generi con cui dobbiamo misurare qui - in un paese segnato dal successo non solo elettorale delle destre - credo abbiano larghe corrispondenze con quelli che intanto si manifestano in molte altre realta'(3). Pur nella specificita' peculiare di ciascuna situazione, sono comunque in gioco i nostri spazi di autonomia; nel caso della Palestina, anzi, il processo avviato con gli accordi del settembre '93 ha reso urgentissima la questione dei diritti e della possibilita'/capacita' di imprimere nelle strutture e nei codici dello stato nascente una traccia adeguata dei germi di innovazione sociale e politica che il movimento delle donne e' andato maturando in anni di esperienze diffuse e di rielaborazioni di prospettive. Fare i conti con le difficolta' del proprio contesto non significa dunque rinunciare alla trasversalita' dei rapporti ne' alla politica della diversita' avviata in passato: ridefinire il proprio posizionamento e darsi nuovi strumenti per una presa salda nella propria realta' e' piuttosto il presupposto necessario perche' siano anche efficaci gli scambi e le eventuali convergenze attorno a progetti comuni(4). Del resto, le polemiche che si sono sviluppate attorno alla Conferenza del Cairo su popolazione e sviluppo hanno messo in evidenza come il nodo dell'autonomia delle donne sia cruciale sotto tutti i cieli: l'alleanza tra integralismi - in versione cattolica o islamica - si e' appunto saldata attorno alla volonta' di impedire non gia' un ricorso indiscriminato all'aborto, come si e' preteso, ma che le donne siano protagoniste di tutte le proprie scelte di vita. Tuttavia, uno dei problemi sta proprio qui: "le donne" e' in realta' una locuzione che oggi regge assai meno di alcuni anni or sono, quando il movimento era assai piu' capace di radicarsi in consapevolezze e aspirazioni diffuse e di essere riconosciuto come espressione di una tensione al cambiamento largamente condivisa, pur se certo non universale. Oggi, invece, in Italia sono per esempio diventate clamorose le voci "antifemministe" di donne che si affermano come figure forti - a livello politico, sociale, culturale - ma che rifiutano ogni connotazione di genere; soprattutto a destra, ma non soltanto, esse anzi rivendica, un modo di esercitare la cittadinanza la presenza nelle istituzioni, le attivita' professionali in cui il genere sarebbe irrilevante, perche' conterebbe solo come ogni individuo - donna o uomo - sa emergere piu' o meglio di altre/i. Per contrastare queste tendenze, credo che non sia piu' sufficiente insistere su quanto esse si appiattiscano nell'omologazione al maschile e quanto non sia neutro il modello di riferimento che adottano, costruito secondo criteri e gerarchie consoni a quelli che per secoli sono stati caratteri tipici degli uomini e non delle donne. Rispetto al continuo riproporsi del dilemma tra uguaglianza e differenza(5), le esperienze e le riflessioni di questi anni mi portano piuttosto a pensare che non si tratta di polarizzarsi verso l'uno o l'altro termine del binomio, ma semmai di smontare la logica dicotomica che lo permea. Se non si riesce a modificare questo impianto della divisione tra i due generi, temo infatti che i due corni dell'antitesi continueranno a schiacciarci: come la prospettiva dell'uguaglianza e' intrisa del pericolo che le poche di successo si integrino in un mondo a dominanza maschile, mentre la generalita' delle donne resta incapsulata in una dimensione del femminile secondaria e svalutata, cosi' lungo la via della differenza c'e' il rischio di cristallizzare i due nuclei delle identita' di genere in cui la storia ha modellato donne e uomini. Di nuovo, il caso attualissimo della Conferenza del Cairo e' paradigmatico: nel Nord come nel Sud del mondo vi sono donne che aderiscono nel profondo alle invettive del Papa o degli esponenti del fondamentalismo islamico, perche' nella potenza materna trovano le basi piu' autentiche del proprio senso di se' e della presenza femminile nella societa'. L'istanza femminista di dare valore alla "competenza relazionale" e alle capacita' di accudimento nel "lavoro degli affetti" e' certamente ben lontana dal canone del materno come vocazione e destino(6): tuttavia, nella prospettiva della differenza - e nonostante anni di dibattiti tra "essenzialiste" e "costruttiviste"(7) - continuano a serpeggiare intrecci molto inquietanti tra identita' di genere, capacita' generative del corpo di donna, esperienza della maternita', stereotipi tradizionali della femminilita'. Semplificando molto, forse uno spunto per riarticolare la questione si puo' trovare se si rimette a fuoco proprio lo scarto tra l'orizzonte (alimentato da secoli di culture patriarcali) della maternita' come vocazione e destino e quello (femminista) che parla invece di scelte di autodeterminazione. Pur se "scelta" e' un termine da usare con mille cautele, avendo chiara coscienza di quanto ogni soggetto si muova sempre all'interno di vincoli, io credo che questo sia il mutamento di prospettiva su cui tornare a lavorare con rinnovata attenzione, in modo da evitare sia la pretesa falsante che "le donne" si risconoscano tutte nelle esperienze maturate dai vari femminismi sia il pericolo che la valorizzazione della differenza di genere degradi a riproposizione della specificita' materna. Se mettiamo invece in primo piano le intenzionalita' secondo cui ciascuna "sceglie" di porsi, proprio li' possiamo allora trovare il senso e la forza di quante sono attive nei movimenti delle donne e di quante si dichiarano femministe, nelle infinite varianti di ciascuna situazione concreta. Dare valore alla differenza risulta pregnante non perche' ne esista un qualsiasi fondamento oggettivo ma perche' contiene il nucleo di un'auto-affermazione: e' un taglio che ha rilevanza nel mondo perche' esprime la soggettivita' di coloro che se ne fanno attrici. Attraverso un'ampia analisi del dibattito femminista in tema di "diritto e diritti", Tamar Pitch(8) ha messo di recente in luce quanto tale questione sia complessa sia sul piano concettuale sia su quello delle pratiche politiche. Concentrandosi in particolare sull'area anglosassone e sul caso italiano, il saggio della Pitch pone efficacemente il problema di chi sia il soggetto del discorso: "tutte le donne" intese come (un) "gruppo sociale" presunto discriminato dalle regole vigenti; ...categorie particolari di donne...; un soggetto esclusivamente politico... oppure ancora un costrutto culturale, principio simbolico (il femminile o, al contrario, la differenza sessuale"(9) ed esamina in questa chiave tanto le critiche rispetto al carattere "sessista" o "maschile" o "patriarcale" degli orientamenti circa il diritto sinora invalsi, quanto le diverse prospettive che si aprono. Talune di queste mirano a rompere la mistificazione del neutro perseguendo un "diritto sessuato" capace di tenere conto di come i generi siano due, mentre altre parlano di una liberta' femminile che si colloca "sopra la legge" in quanto non riducibile ad una riforma dei codici. Nelle sue conclusioni la Pitch tenta una formulazione che a me e' parsa assai suggestiva, sostenendo che "non e' tanto di un deficit di cittadinanza che soffrono le donne quanto di un deficit di sovranita'... esse sono politiche del qui ed ora, da noi e per noi, in cui non si scindono i mezzi dai fini, chi agisce da chi guadagna dall'azione(10). Questi passi rendono forse piu' chiaro che cosa intendessi sopra accennando alla possibilita' di riconsiderare la prospettiva della differenza in senso internazionale e situazionale, ricollocandola cioe' come una scelta progettuale in rapporto a un contesto. Porsi come soggetto di un discorso femminista esprime una decisione ed e' un modo - per ciascuna diverso - di costruire la propria identita'; l'istanza dell'autonomia e della valorizzazione "in quanto donne" si intreccia cosi' a una reinvenzione anche del proprio essere individua o apre questioni che attengono tanto all'ordine della liberta' quanto a quello della giustizia sociale e percio' chiedono di andare oltre la scansione uguaglianza/differenza. Attorno a questi nodi le difficolta' dell'attuale situazione italiana paiono immense, in una fase in cui la liberta' e' sbandierata da destra per legittimare il piu' spregiudicato uso del "pubblico" in funzione del "privato". Ma la visione proprietaria degli individui che cosi' trionfa e' proprio una delle eredita' piu' intrise di dominanza del maschile che la storia ci abbia consegnato; un approccio alla differenza intesa come relazione - e non come ossificazione essenzialista della dualita' - puo' dare qualche strumento per smontare tale visione atomistica degli individui e per fare invece emergere i flussi delle interdipenze di cui ciascuna/o e' impastata/o. E' in questa luce che credo tuttora sensato fare leva sul posizionamento femminista, esplorandone semmai con rinnovata radicalita' le potenzialita' e le risorse. L'istanza della parzialita' resta a mio parere uno dei punti di riferimento piu' fecondi per orientare pratiche politiche in cui si abbia piena consapevolezza della portata limitata, soggettiva e contestuale del proprio punto di vista, senza alcuna pretesa di generalizzazione in nome "delle donne". Di qui puo' discendere una piu' lucida assunzione di responsabilita' rispetto alle proprie scelte e quindi un piu' tenace lavoro attorno ai progetti che si mettono a punto; e con cio' torno alle considerazioni da cui avevo iniziato: anche la ricerca di relazioni trasversali e multiculturali tra donne di paesi diversi ha bisogno di nutrirsi di sintonie e sinergie che non sono garantite da alcuna condizione femminile condivisa, ma dai percorsi che si compiano insieme, a partire dalla decisione di (ri) considerarsi nelle differenze. (1) Cfr. Giovanna Calciati et al. (a cura di), Donne a Gerusalemme. Incontri tra italiane, palestinesi e israeliane, Rosenberg & Sellier, Torino 1989. (2) Il momento piu' intenso si e' dato nel seminario internazionale "Molte donne, un pianeta" organizzato a Loiano nel settembre '92 dal Centro di Documentazione di Bologna, che ne ha anche raccolto i materiali. Riflessioni sul convegno e alcune delle relazioni si possono trovare in Suha Hindiyeh, "Notes on a Feminist Conference", Sparks 8&9 (April/June 1993), p. 2-4 e 20-23 e nel dossier a cura di Tikva Honig-Parnass, "Feminism and the Peace Struggle in Israel", News from Whitin 8 (October - November 1992), p. 2-5. (3) Un interessante dibattito sui problemi che oggi si pongono rispetto a pratiche politiche, presenza di donne nelle istituzioni, rappresentanza di genere si puo' trovare in Alessandra Bocchetti et al., "La Repubblica delle donne", Critica Marxista 2-3 (1994), p. 29-61. (4) Cfr. Elisabetta Donini, "Io, noi, il mondo. Relazioni tra donne e politiche delle diversita'", Lapis 22 (1994), p. 45-48. (5) Cfr. Gisela Bock, Susan James (eds.), Beyond Equality and Difference. Citizenship, feminist politics and female subjectvity, Routledge, London and New York 1992. In una prospettiva storica piu' ampia si veda anche Anna Rossi-Doria (a cura di), La liberta' delle donne. Voci dalla tradizione politica suffragista, Rosenberg & Sellier, Torino 1990. (6) Cfr. Sara Ruddick, Maternal Thinking. Towards a Politics of Peace, The Women's Press, London 1989; trad. it. Il pensiero materno, red Edizioni, Como 1993. (7) Si veda in particolare Linda Alcoff, "Cultural feminism versus post-structuralism: the identity crisis in feminist theory", Signs 13; trad. it. "Femminismo culturale e post-strutturalismo", Memoria 25 (1989), p. 7-35. (8) Tamar Pitch, "Diritto e diritti. un percorso nel dibattito femminista", Democrazia e diritto 33 (n. 2, aprile-giugno 1993), p. 3-47. (9) Ivi, p. 3-4. (10) Ivi, p. 43-44.