Cairo: false evidenze
Sommario
di Paola Melchiori
E' tempo di bilanci per le donne che tornano dal Cairo. Si tratta di vedere che ne e' stato delle loro voci in quella che e' stata rappresentata come la lotta tra il fondamentalismo religioso e il "fronte razional-progressista" rappresentato dai promotori della pianificazione familiare. Cosa rimane dei temi messi a fuoco dalle donne nel lungo lavoro di preparazione alla conferenza, nella quantita' di incontri strappati alle occasioni ufficiali, ignorati dalla stampa, in cui si e' tessuto un punto di vista che doveva tenere conto di tante distanze, distanze di situazioni della vita e di concezioni del mondo? Quel punto di vista era fatto anche di quelle distanze e del tentativo di non dividersi di fronte a qualcosa percepito comunque come un attacco: per la forza della imposizione, per i mezzi a disposizione, per la evidente volonta' dei grandi di dire la propria legge sui corpi femminili. Hanno sponsorizzato la Conferenza banche, grandi corporazioni, la General Motors, improvvisamente preoccupate della salute delle donne. E' il sottosuolo dei rapporti sociali che viene oggi scaraventato sulla scena del mondo: i corpi delle donne, vere "moitie's dangereuses", salvifici e/o pericolosi: la paralisi della riproduzione sembra oggi tenere in mano la rovina o la salvezza del pianeta. Fa parte della rappresentazione anche il generale riconoscimento di un inedito protagonismo delle donne: protagonismo dei concetti, del linguaggio, innegabile. Molte donne sono soddisfatte: e' una vittoria avere concetti chiavi del movimento delle donne, principi che vengono dalla loro lotta, riconosciuti in un documento ONU: l'uguaglianza dei sessi, il diritto delle donne alla dignita', i diritti riproduttivi, l'apertura del concetto di famiglia verso quello di individuo, importante per tutti coloro che non rispondono al modello della famiglia mononucleare. Meno chiara e' rimasta la possibilita' di essere oggetti o soggetti della regolazione della fertilita', in autonomia, e la distinzione netta di questo bisogno-diritto delle donne dalla necessita' che siano loro e soprattutto le donne povere a risolvere l'equazione/allarme: popolazione/poverta'/inquinamento; ancor meno chiara la relazione dei diritti riproduttivi con il resto dei "diritti umani delle donne": il rapporto tra l'idea di controllo della popolazione e la possibilita' delle donne di vivere in piena dignita'. Non si tratta ora, come da molte parti viene sottolineato, di una questione di fondi. Si tratta di meccanismi piu' sottili, ad esempio: cosa significa l'immissione massiccia di fondi per il family planning in una situazione di taglio alle spese sociali; chi controllera' gli effetti sulla salute delle donne delle tecnologie riproduttive, gran mercato per le case farmaceutiche del Nord; chi valutera' la gestione complessiva di questi programmi i cui finanziamenti verranno dati, secondo i meccanismi delle grandi istituzioni, direttamente ai governi, come condizionalita' per altri finanziamenti? La conoscenza della realta' di contesto che circonda la vita delle donne nel Sud, la conoscenza degli attori che fanno le parti e dei meccanismi attraverso cui poi passano davvero le concretezze dei programmi nei paesi del Sud impediscono sogni ottimisti: chi controllera' i controllori della fertilita' femminile? E da parte di chi? Per questo, alla fine della Conferenza, le donne hanno costituito una task force il cui compito e' "vegliare" sul dopo Cairo. Vale la pena di richiamare a questo punto alcuni aspetti di fondo, emersi nelle discussioni e anche nei contrasti che hanno percorso in parallelo tutto il dibattito tra le donne nel processo preparatorio della Conferenza, aspetti progressivamente occultati dalla discussione sull'aborto. Essi possono contribuire ad una valutazione piu' realistica di vittorie e sconfitte, illuminare le intenzioni che stanno dietro le parole: cosa puo' passare tra le parole e le cose. Quanto e' scivolato in secondo piano ha due aspetti principali: uno che riguarda la politica delle donne e uno piu' in generale che riguarda l'entita' e il senso dell'allarme popolazione rivolto ai paesi del Sud. Il primo aspetto riguarda il contrasto tra chi insiste e appoggia il family planning pur integrato e accompagnato da misure globali di salute riproduttiva - il cuore di questa posizione e' il concetto di diritto riproduttivo - e chi rigetta il concetto stesso di controllo della popolazione e anche il family planning sottolineando l'importanza delle componenti sociali di contesto della salute riproduttiva. Non e' un caso che al Cairo accanto ai tribunali delle donne che denunciavano gli orrori dell'aborto clandestino si svolgessero i tribunali delle donne che denunciavano i fallimenti, gli orrori, la corruzione e le coercizioni consumate sotto il family planning. Il fatto poi che la differenziazione tra le due posizioni segua anche una linea geografica tra Nord e Sud non e' indifferente. Sono infatti le donne dei paesi che hanno finora sperimentato il family planning nel Sud, come India e Bangladesh, a denunciare limiti inefficienze e coercizione. E sono le donne americane soprattutto e nordiche, da sempre attive nella rivendicazione delle liberta' di scelta riproduttiva a sostenerne l'utilita'. Quello che viene evidenziato in questo contrasto e i suoi non pochi tentativi di composizione non e' di poco peso. i in gioco il rapporto tra salute riproduttiva e gli altri aspetti della vita delle donne in contesti diversissimi; il senso che ha la centralita' del family planning rispetto alle cure della salute primaria; le conseguenze nell'affidarne la gestione ad un organismo come l'UNFPPA, che non ha mai brillato per politiche integrate e non coercitive e non per esempio ad un organismo come l'UNDP, che si occupa con un'ottica piu' avanzata dei programmi di integrazione tra sviluppo sociale ed economico. i in gioco la traduzione dei principi in messa in atto di meccanismi di controllo, sanitario e politico, degli interventi da parte dei destinatari finali di queste politiche. i in gioco la valutazione dei "metodi di lavoro" ampiamente usati nel Sud in passato: dagli incentivi materiali dati alle donne per "aiutarle" ad accettare misure contraccettive al sistema di premi e punizioni dati agli operatori sanitari dei programmi in rapporto agli obiettivi numerici raggiunti. i in gioco la valutazione di una politica tutta centrata sulle donne e sui loro corpi in eta' fertile come se non esistesse a monte una situazione di gestione del potere sessuale tra uomini e donne: una situazione di contesto della salute riproduttiva, il cui funzionamento e le cui differenze interne non possono essere ignorate come componente centrale di un piano che invece tende ad omogeneizzare il mondo in un solo modello. Lo scopo delle donne che rifiutano il concetto di controllo della popolazione e' dunque quello di richiamare l'attenzione su cio' che rischia di andare perso, se si fa della questione popolazione un problema demografico o una questione di puri diritti riproduttivi: e' quello di ricordare attraverso la memoria delle esperienze gia' fatte dalle donne quello che accade davvero all'interno dei grandi programmi. Esse ci ricordano che produce rifiuto e fallimento parlare di "regolazione della fertilita'" se alle donne non viene riconosciuta una situazione di vita con nessuna dignita', nessuna possibilita', nessuna garanzia di salute di base. Che non ha senso parlare di scelta e liberta' contraccettiva se l'unica condizione di sopravvivenza e' l'esistenza precaria di alcune braccia che aiutino a lavorare, se il diritto di scelta alla contraccezione si traduce in una scelta tra diverse tecnologie e in una ulteriore deresponsabilizzazione degli uomini. La femminizzazione della poverta', tragica soprattutto in Africa, e' infatti una realta' di cui e' difficile immaginare la realta' e le forme. Ho visto con i miei occhi, "in diretta" la morte da "svalutazione": le medicine spariscono dal mercato "pubblico", i servizi sanitari vengono chiusi, il lavoro manca, gli uomini si disperano, le donne tengono in vita la baracca: si arrabattano a vendere quel che producono, e non vale piu' niente sul mercato, mangiano meno, muoiono di piu' di anemia e "mortalita' materna" (che non riguarda tanto il parto quanto condizioni igieniche e sanitarie in cui avviene). Cominciano oggi a morire di questo male oscuro che e' l'ipertensione, la "cattiva vita": suicidi silenziosi, impossibilita' di farcela di fronte a cio' che "la vita" oggi richiede loro. Questa e' la femminizzazione della poverta'. Che senso ha caricare sulle loro spalle anche questa responsabilita' e centrare tutto il programma su di loro come se gli uomini non esistessero? Il secondo aspetto sta a monte della conferenza e fa - ambiguamente - da contesto al precedente. Si tratta della discussione sulla "ragionevolezza" dell'allarme popolazione. In cio' i paesi del Sud si ritrovano vinti come le donne ma possono "usare" le donne: le donne sono da un lato la fascia piu' debole su cui si scarica la pressione economica e sociale, dall'altro un canale di finanziamento da non perdere. Questo aspetto, nella sua globalita', implica comunque un bilancio approfondito sul peso specifico delle politiche di sviluppo economico e delle politiche di pianificazione familiare nei paesi pilota; soprattutto il senso che questa linea di politica degli aiuti prende in tempi di aggiustamenti strutturali e negli equilibri di distribuzione tra risorse e consumi nella relazione tra Nord e Sud. Da parte di economisti rispettabili si e' infatti sottolineato ampiamente l'irragionevolezza dell'allarme popolazione. Sostituendo alle evidenze numeriche globali analisi puntuali differenziate per paese e per continente, ponendo in analisi incrociata le politiche economiche e le scelte di controllo o meno della popolazione, A. Sen in particolare, ha dimostrato che non vi e' relazione diretta e proporzionale tra produzione di cibo e poverta', tra crescita della popolazione e distruzione dell'ambiente. Inoltre molti casi di successi demografici non hanno inciso per niente sull'impoverimento generale. Inversamente casi esemplari di successo nella riduzione delle nascite, come il Kerala, la Cina, lo Shri Lanka, il Costarica dimostrano pur nelle differenze di approccio quanto il decrescere della popolazione dipenda da precise scelte di politiche economiche, come dall'abbandono o meno dell'investimento in agricoltura e da condizioni generali del tenore di vita in particolare delle donne, cioe' dalle politiche di investimenti sociali. "Le Tscare tactics', dice Sen, non solo sono false ma anche pericolose perche' distolgono l'attenzione dallo sviluppo socialeS: dall'educazione delle e donne e dalla salute di base in termini di investimenti, oltre che dal fatto che il 25% della popolazione mondiale che consuma e produce l'esaurimento delle risorse mondiali, per un buon 80% per cento e quella del Nord, a bassa natalita'. L'allarme rivolto ai paesi del Sud e al loro incontrollato riprodursi ha percio' un aspetto squisitamente ideologico: riguarda solo il Sud, viene isolato dal resto, sembra l'unica causa della poverta'. In questo contesto e' perlomeno lecito non essere troppo ingenui: cosa significa spostare i finanziamenti dell'aiuto internazionale e le sue condizionalita' sulla pianificazione familiare da parte delle stesse forze che promuovono gli aggiustamenti strutturali, quelle banche che oggi diventano Agenzie di sviluppo, il cui principale obiettivo e' il taglio delle spese sociali nel Sud? Nei negoziati del Gatt che porteranno alla rovina definitiva i paesi piu' poveri, immessi a forza e senza nessuna protezione nella grande arena del mercato internazionale, nessuno ha preso in considerazione questi aspetti. La posta in gioco dietro alla Conferenza del Cairo non e' diversa da quella all'UNICED di Rio: ci si e' ben guardati dal parlare li di popolazione e qui di modello di sviluppo o di debito. L'importante e' tenere separate le questioni dove il loro riavvicinamento significherebbe mettere in questione l'essenza del modello di sviluppo del Nord. La voce di quelle donne che "estremisticamente", dal Sud rifiutano l'idea stessa del controllo della popolazione vuole riportare in primo piano la scelta di etica e civilta' che e' in gioco. Il problema popolazione significa chiedersi se l'idea di democrazia ha ancora un senso per tutti sul pianeta o se non stiamo andando verso un concetto di selezione naturale tra i ricchi e i poveri. Sostituendo il concetto di "caring capacity" a quello di "carying capacity", caro agli ambientalisti, riferendosi in questo contesto - ad un'analisi piu' generale che coinvolge tutti e che interroga un modello di vita interdipendente. Qui siamo in causa anche noi donne del Nord. Per noi il diritto alla contraccezione e' stato il prodotto di una lotta ottenuta nel contesto di un modello di vita di cui forse non sappiamo fino a che punto sapremmo o vorremmo fare a meno. Consumo implica valori, equilibri tra desideri di felicita' e beni che sembrano assicurarla, rapporto tra imperio del mercato e qualita' della vita. Quali ne sono, dal nostro punto di vista gli indicatori? Le questioni poste vanno al di la' delle liberta' riproduttive o di diverse collocazioni in questo contesto: contengono una domanda fatta anche a noi sulla capacita' di produrre, forse ancor prima, di saper "pensare", modelli di vita, di relazione, di convivenza, di felicita', davvero differenti.