Il fondamentalismo e l'integralismo dell'Occidente


                                        Sommario 



            di Imma Barbarossa


            Ritengo  che per dire parole che abbiano un senso occorre sapere a  chi 

            si parla e definirsi, nominarsi. Mi sembra interessante la  definizione 

            proposta  dalle amiche del Centro di documentazione di Bologna:  "donne 

            da anni impegnate per una soluzione giusta del conflitto" volte, cioe', 

            a  individuare  "un processo di costruzione di scambi tra  donne  e  di 

            approfondimento della riflessione di genere", un processo segnato dalla 

            relazione tra donne e dal riconoscimento reciproco.

            E  tuttavia,  se  mi soddisfa completamente il  metodo  (relazione  tra 

            donne,  riconoscimento reciproco, approfondimento della riflessione  di 

            genere),  sento  che  la  prima  definizione  mi  sta  un  po'  stretta 

            ('soluzione del conflitto').

            Io mi definirei come una delle donne che hanno la passione di conoscere 

            e  cambiare  il mondo a partire da se' e dalla pratica  politica  delle 

            loro relazioni.

            Cambiare perche'? Trasformare l'esistente perche'?

            Perche'  l'ordine sociale esistente non e' basato sulle  relazioni  tra 

            individui,  generi,  popoli, ma e' fondato sulla  oppressione  e  sullo 

            sfruttamento,  sulla  ricchezza  e  sulla  poverta',  sull'agio  e  sul 

            disagio,  sul  potere e sulle gerarchie, sull'alienazione  del  proprio 

            corpo e della propria mente. E sul fatto che l'agio di alcuni/e e' dato 

            dal disagio di altri/e.

            Cambiare  l'ordine  sociale  a  partire dai  percorsi  di  liberta'  di 

            individui,  generi,  popoli: e' il significato che  dovrebbe  avere  la 

            politica.

            Dopo essermi definita, nomino il luogo da cui parlo, in cui ho maturato 

            le mie riflessioni.

            Si  tratta  di un intreccio di luoghi, tutti  ugualmente  importanti  e 

            significativi   e  tutti  definibili  materialmente   e   storicamente: 

            pacifista  di "donne in nero", donna della differenza di genere,  donna 

            del sud, donna comunista.

            Sono tutti luoghi che chiedono analisi, critica, conflitto.

            Un   conflitto  che  non  da'  luogo  alla   guerra,   all'annullamento 

            dell'altro/a,  un  conflitto come pratica di vita, non di  morte.  Come 

            donne  in  nero,  infatti, rendiamo visibile, con i nostri  corpi  e  i 

            nostri vestiti, il lutto per la guerra, la morte, le stragi.

            Iniziammo  a manifestare per l'occupazione dei  territori  palestinesi, 

            poi  per  la  guerra  nel Golfo, ancora per  le  popolazioni  della  ex 

            Jugoslavia, da ultimo per le stragi di mafia.

            La  mia  e'  una  citta'  del  basso  Adriatico,  dove  sono   presenti 

            insediamenti di gruppi di lingua arbresc, di origine e lingua albanese, 

            greca, slava; una citta' di frontiera che nell'agosto dello scorso anno 

            si  rese tristamente nota per l'accoglienza violenta che  i  governanti 

            riservarono  ai  20.000 albanesi nel porto e nello  stadio  di  Bari.Lo 

            stadio  vecchio, perche' il megastadio si sarebbe sporcato. Una  citta' 

            dove  forte ed estesa e' la criminalita' organizzata; siamo  la  quarta 

            regione  a  rischio.  Come donne in nero nella  mia  citta'  l'8  marzo 

            abbiamo deciso di passare 'al di la' di un confine', quello che  divide 

            il lecito dall'illecito, la liberta' dalla non-liberta': il carcere, un 

            'luogo  difficile'. E come donne in nero, dopo Capaci ci siamo  vestite 

            come  Rosaria  Costa, la vedova dell'agente Vito Schifani,  alla  quale 

            nella cattedrale di Palermo volevano togliere la parola.

            Considero la differenza di genere una categoria politica per  rileggere 

            il  mondo e per cambiarlo; anche essa domanda il conflitto,  quello  di 

            sesso,  come  critica  di quell'universale  neutromaschile  che  -  pur 

            essendo  parziale  -  si  autodefinisce come  il  genere  umano,  e  ha 

            costruito  per il proprio genere una genealogia sul dominio  materiale, 

            sociale, simbolico. Pensare e praticare la differenza di genere nel Sud 

            dell'Italia vuol dire molte cose, vuol dire partire dall'analisi di una 

            condizione  materiale  di  oppressione e  costruirsi  una  coscienza  a 

            partire dal desiderio di liberta'. Noi donne meridionali siamo  passate 

            dall'arretratezza   alla   modernizzazione.  Per   le   antiche   donne 

            meridionali  la  liberta' non esisteva (come per  molte  ancora  oggi); 

            erano  cittadine senza cittadinanza, vittime o assassine; per le  donne 

            meridionali  emancipate oggi pare che la liberta' sia una meta  che  si 

            raggiunge rinnegando se stesse, avviandosi verso un futuro scintillante 

            di   "nuove  professionalita'",  con  la  facilitazione  delle   azioni 

            positive, magari nelle alte carriere militari.

            L'ultimo  luogo  da  cui parlo e' l'analisi  critica  della  tradizione 

            comunista.  Anche questa critica domanda il conflitto; ritengo  che  il 

            marxismo  sia  stata  la piu' grande  critica  fatta  all'universalismo 

            borghese  e all'ordine sociale capitalistico, nel quale si era  e  cosi 

            comodamente  radicato  l'ordine  patriarcale. Ma  il  marxismo  non  ha 

            prodotto  -  e  non  poteva produrre  -  critica  sessuata  dell'ordine 

            patriarcale e pertanto non ha prodotto liberta' femminile.

            Fondamentalismo  e integralismo: fare chiarezza sui termini. Si  tratta 

            di un ordine sociale e codice di comportamento, rigidamente coerenti  a 

            dei principi, valori, che si ritengono dati, non storici ma considerati 

            leggi  e  dati naturali. Nell'integralismo tali  valori  regolano  ogni 

            aspetto della vita individuale e collettiva. Non si possono considerare 

            questi  termini  in astratto; vanno visti insieme ai contenuti.  Ma  la 

            realta'  del  nostro  tempo  ci  avverte  che  non  si  tratta  ne'  di 

            arretratezza   ne'   di  caratteri  del  mondo  islamico.   Esiste   un 

            fondamentalismo nel/del luogo in cui si e'.

            Fondamentalismo e' cio' che fa della propria parzialita' una totalita', 

            un modello che tende a escludere o a omologare, colonizzare, ridurre  a 

            se'.   E'   la  negazione  dell'autonomia  degli   individui,   e'   la 

            cancellazione delle differenze.

            Ma  saremmo  fuori strada se pensassimo al fondamentalismo  come  a  un 

            residuo del passato. Esso si annida nelle formazioni sociali moderne  e 

            si sposa col "progresso" e con lo "sviluppo".

            Il  fondamentalismo  diventa  una forma  della  modernita'.  Cosi  come 

            l'integralismo  e'  un fenomeno mondiale, e, per  quanto  ci  riguarda, 

            possiamo considerare l'integralismo dell'Occidente e l'integralismo del 

            sud dell'Italia, oggi,nella modernizzazione.

            Esso  non  e' fuori della politica, ma dentro, anzi della  politica  e' 

            elemento  di  modificazione. Dalle crociate contro  gli  infedeli  alla 

            violenta  cancellazione di popoli e culture nel  continente  americano, 

            l'Occidente capitalistico si e' man mano strutturato come il modello di 

            forma  politica,  di  cultura,  di  civilta'.  Ha  creato  il   binomio 

            civilta'/incivilta',    progresso/arretratezza,    attribuendosi     le 

            caratteristiche  di  laicismo contro il fondamentalismo  religioso,  di 

            tolleranza  contro  l'integralismo,  di liberta'  religiosa  contro  il 

            fanatismo.  Si ritiene il baluardo del mondo civile. Ha  avuto  bisogno 

            delle  guerre  per imporre il suo modello di sviluppo, i  suoi  valori, 

            dallo   stato-nazione   alla  ridefinizione   in   termini   ideologici 

            dell'Occidente  come  modello di civilta', e  fino  alla  ridefinizione 

            ideologico-culturale della geografia del mondo.

            Questo  per l'area mediterranea ha significato la spaccatura  dell'area 

            in  paesi ricchi e paesi poveri, sviluppati e arretrati: spaccatura  in 

            termini   ideologici.   Basti  pensare  alla   situazione   dell'Italia 

            meridionale: l'archeologia rivela della Puglia un carattere mercantile, 

            pacifico,  di  scambio di culture; le cripte pugliesi  sono  ricche  di 

            affreschi  bizantini,  di  arte basiliano. La  Puglia  era  un'area  di 

            collegamento  mercantile  e  culturale tra Oriente  e  Occidente.  Oggi 

            Taranto e Gioia del Colle sono basi Nato; le colline della Murgia  sono 

            militarizzate;  tutto l'Adriatico meridionale e lo Jonio sono  zone  di 

            frontiera; le nostre coste sono sorvegliate per impedire l'approdo agli 

            Albanesi  che  vengono pescati clandestini e affamati e  poi  ributtati 

            indietro.  Non  mancano  a Bari assennati cittadini,  inoltre,  che  di 

            fronte  al  dramma della Somalia si chiedono: "Ma  non  stavano  meglio 

            quando stavano sotto l'Italia?".

            Ora  la  societa' meridionale e' investita da un  pesante  processo  di 

            modernizzazione  che spinge i giovani dei quartieri ghetto a  diventare 

            corrieri di droga e manovali di mafia, le donne alla complicita' e alla 

            connivenza.

            L'Occidente  e  il  Nord del mondo hanno imposto  un  loro  modello  di 

            sviluppo,  basato  sulla  produzione  di  merci  e  sullo  sfruttamento 

            indifferenziato di risorse naturali e umane ai fini dell'accumulazione. 

            Questo modello di sviluppo ha imposto un modello di vita tutto centrato 

            sui cicli di produzione e spesso sui cicli stessi dei macchinari;  vedi 

            gli  orari di lavoro, il lavoro notturno, gli intervalli per le  mense, 

            la  distribuzione  delle ferie, il doppio  lavoro,  la  svalorizzazione 

            sociale  del lavoro di cura. Tale modello ha prodotto l'alienazione  di 

            marxiana  memoria,  ossia la privazione di conoscenza,  di  sapere,  di 

            potere  negli  individui  che producono, mentre  nei  paesi  con  altro 

            sviluppo dilagano fame e poverta', con al massimo interventi umanitari, 

            di assistenza, di indottrinamento, di omologazione: di esportazione  di 

            modelli  di  cosiddetta civilta', di consumi, di cultura, di  armi,  di 

            forme politiche.

            A  questo  nostro  modello di sviluppo manca il senso  del  limite,  la 

            consapevolezza  della sua parzialita'; e' questa assenza del  limite  e 

            della relazione con l'altro/a che caratterizza il fondamentalismo.

            Il ritenere il proprio utile un modello assoluto.

            Quanto pesa nel fondamentalismo il concetto di appartenenza?

            Sicuramente  molto,  ma penso che i due termini non  coincidano  o  che 

            occorra fare alcune distinzioni. C'e' l'appartenenza ad una etnia,  che 

            e'  molto forte soprattutto in presenza di una  minaccia,  aggressione, 

            invasione  materiale e culturale. Basti pensare a Rigoberta  Menchu'  e 

            alla  sua biografia. L'appartenenza etnica e' una difesa nei  confronti 

            dei vari razzismi che caratterizzano, in forme piu' o meno violente, in 

            forme piu' o meno sottili, il benessere di questo scorcio di millennio. 

            L'appartenenza  etnica puo' essere molto forte nelle donne,  senza  per 

            questo  distruggere  l'identita' di genere.  L'appartenenza  etnica  si 

            traduce  in  fondamentalismo solo in presenza di  una  'sovrastruttura' 

            ideologica, politica, religiosa etc.

            Altra e' l'appartenenza ad uno stato-nazione, concetto tutto  'moderno' 

            e occidentale o di esportazione occidentale: basti pensare, oggi,  alla 

            difesa  dei  valori  della  grande  nazione  americana,  quale  si   e' 

            soprattutto manifestata nell'ultima convention repubblicana dell'agosto 

            scorso. 

            L'appartenenza da' sicurezza, protezione, senso di superiorita'.

            Si spiegano il fiorire delle sette religiose nel Nord America, i  clan, 

            le bande metropolitane. 'na particolare attenzione credo vada  rivolta, 

            a  questo  proposito, alla societa' meridionale, in Italia;  le  grandi 

            famiglie, nel senso patriarcale del termine, i clan, le famiglie  della 

            criminalita' organizzata.

            Esistono,  di tutta questa materia, a mio avviso, alcune  parole-chiave 

            che  gli  studiosi  del linguaggio  dovrebbero  esaminare  ancora  piu' 

            attentamente.

            Il  primo  gruppo  comincia dalla  parola  patria,  concetto  astratto, 

            ideologico, totalizzante; la patria richiede la negazione dell'Taltro', 

            l'uccisione del nemico, dell'invasore o del conquistato, richiede anche 

            l'annullamento di se', il sacrificio.

            Quindi patria: uccisione, sacrificio.

            L'uccisione  e il sacrificio non ammettono la paura, quindi  richiedono 

            l'esistenza  di  un eroe. La patria attraverso l'eroe  precipita  nella 

            morte. 

            L'eroe  si  afferma  negando o negandosi. Tutta la  nostra  cultura  (e 

            letteratura) e' basata su questi concetti. Quando Christa Wolf rivisita 

            il  mito  di  Cassandra attraverso la  letteratura  dell'Agamennone  di 

            Eschilo,  in realta' capovolge il messaggio dell'eroe: quando le  donne 

            dello Scamandro ricordano a Pentesilea che "tra uccidere e morire  c'e' 

            una  terza via, vivere", lo dicono in contrapposizione a una  ideologia 

            della  morte che Pentesilea ha introiettato dalla guerra degli  uomini; 

            le  donne  dello  Scamandro lo dicono a partire  da  una  'estraneita'U 

            femminile,  che non e' non-appartenenza alla polis, ma critica  di  una 

            forma politica che non puo' che precipitare nella guerra.

            Il secondo gruppo di parole-chiave, tipicamente meridionale, e'  legato 

            al senso dell'onore.

            E' un concetto tipicamente maschile, che nasce dalla difesa dei  propri 

            privilegi  e  proprieta'; tra queste le donne, il loro corpo,  la  loro 

            sessualita'. Si uccide per onore, altrimenti si 'perde la faccia'.

            L'onore  implica  una  subalternita'  totale  delle  donne,  fino  alla 

            complicita'  e alla 'protezione' dei valori maschili che  vengono  dati 

            per legittimi e di ordine superiore, come dati naturali. 'omini e donne 

            si  uccidono, anche, per onore. Anche l'onore, dunque, precipita  verso 

            la morte.

            Nel  clan familiare, in questo senso, un posto importante  e'  occupato 

            dalla madre, madre matriarca, legata al figlio maschio da un vincolo di 

            orgoglio, di possesso e, nel contempo, di subalternita'. Valorizzazione 

            del  genere maschile e svalorizzazione del genere femminile:  ideologia 

            che viene trasmessa alle figlie e alle nuore.

            Se  e'  vero che le donne del Mezzogiorno hanno fatto grandi  cose  sul 

            piano  civile e politico (Palermo), e' anche vero che occupano le  aule 

            dei  tribunali  a  difesa  dei figli  stupratori,  fanno  barriera  nei 

            quartieri  popolari  contro la polizia a difesa dei  maschi  criminali, 

            trasportano la droga in petto per aiutare gli uomini, tollerano che  le 

            loro bambine siano stuprate per anni, e sotto i loro occhi, dai mariti, 

            cedono le figlie agli amanti anche per una scommessa a base di cannuoli 

            alla  crema.  La  famiglia  diventa, dunque, una culla  e  un  nido  di 

            fondamentalismo e integralismo, fino all'annullamento e alla morte.

            Un punto molto complesso e' quello che riguarda il fondamentalismo  che 

            puo' essere presente nei gruppi femminili e femministi.

            Per quanto molte accuse di fondamentalismo o autoreferenzialita'  siano 

            alquanto    maliziose    o    sospette   e    viziate    esse    stesse 

            dall'integralismo...maschile,  tuttavia  io  credo che  quante  di  noi 

            pensiamo che la differenza di genere non sia una corrente filosofica  o 

            un  settore  della letteratura o della linguistica,  ma  una  categoria 

            teorica di reinterpretazione del mondo e una pratica politica che  vive 

            nei  conflitti  e nella storia, non possiamo dismettere  l'abito  della 

            critica  nemmeno  rispetto  al pensiero e alla  politica  delle  donne. 

            Nemmeno rispetto a quel pensiero della differenza che ha avuto un  peso 

            dirompente   nel  mettere  fuori  uso  categorie  di  emancipazione   e 

            rivendicazione,  uguaglianza  e  parita'  che  hanno  coperto  -  senza 

            scalfirla - la miseria simbolica delle donne.

            Non  mi  convince,  infatti,  l'ipotesi  di  una  genealogia  femminile 

            ontologicamente  parallela  a  quella maschile, fuori  della  storia  e 

            misticamente tendente alla costruzione di un'idea di divino, di  sacro, 

            tutta femminile, che si esprimerebbe attraverso il mito e la scrittura; 

            tale   ipotesi,  lungi  dall'essere  conflittuale  nei  confronti   del 

            totalitarismo  maschile,  si basa su un'idea di  potenza  costruita  su 

            mediazioni femminili fondate, appunto, sulla disparita'. Disparita' che 

            esce dall'ambito del riconoscimento di valore, della costruzione  della 

            liberta'  femminile  di tante, possibilmente di tutte; questo  tipo  di 

            disparita'  - tutta idealistica - finisce col creare gerarchie  perche' 

            agisce potentemente sul simbolico ma non ha - e spesso non vuole  avere 

            - nessuna efficacia per la critica del potere. Credo, invece, che  vada 

            ripresa   tutta   la  carica  iconoclastica  di   Carla   Lonzi   nella 

            dissacrazione/critica  di  un ordine materiale e  simbolico  costituito 

            sull'oppressione  materiale  e  simbolica delle  donne,  attraverso  il 

            conflitto  e  la  critica,  affinche'  la  costruzione  della  liberta' 

            femminile  non sia imposta da un modello o da uno schema; si  confronti 

            con le differenze culturali, sociali, politiche tra le donne.

            Ad  esempio, considerare l'abolizione dell'hijab come un  progresso  e' 

            una  violenza coloniale, da cui le donne islamiche  possono  difendersi 

            come  da  un tentativo di omologazione, e  durante  l'Intifada,  com'e' 

            noto, esso venne considerato simbolo dell'impegno politico delle donne; 

            portare  il  velo per far piacere agli uomini perche'  ci  indignerebbe 

            piu' che sfilare nude nelle gare di bellezza (?); e io credo, poi,  che 

            le  pratiche di violazione dei diritti umani nel sesso  (infibulazione) 

            vadano  abolite, ma a partire dalla discussione con le donne che vi  si 

            sottopongono,  ad  esempio, volontariamente.  Inoltre,  la  costruzione 

            della   liberta'   femminile  deve  diventare  una  leva   potente   di 

            trasformazione dell'ordine esistente; non deve lasciarsi irretire dalla 

            presunta   esistenza  (di  bachofeniana  memoria)  di   una   categoria 

            metastorica del femminile (gentilezza, pacificita',materia di fronte  a 

            virilita', bellicismo, spiritualita' maschile).

            Ho   parlato   del  fondamentalismo  femminile  per  parlare   da   una 

            parzialita';  ma  credo  che  storicamente il  genere  maschile  s  sia 

            autofondato  simbolicamente  sull'esclusione/omologazione  del   genere 

            femminile, del "secondo" sesso appunto. Per affermarsi ha avuto bisogno 

            di  un potere gerarchico, della parola, di una sublimazione  ideologica 

            di     se'     totalizzante    e     mistificante;     ha     costruito 

            un'autorappresentazione  di  se',  di un  soggetto  che  costruisce  la 

            propria  immagine e la propria liberta' sulla negazione della  liberta' 

            del  genere femminile. Alle donne nel 'nostro' mondo viene concessa  la 

            parita', l'uguaglianza,l'omologazione; la liberta' femminile al massimo 

            viene  identificata  nei  programmi dei partiti e  dei  sindacati  come 

            questione sociale.

            Tale  sistema  di valori si e' retto storicamente  sulla  subalternita' 

            delle  donne, sulla loro oppressione sociale, e quindi sul  silenzio  e 

            sulla   mancata  rappresentazione  autonoma  di  se',   sulla   miseria 

            simbolica.

            Come ogni fondamentalismo, anche quello maschile ha bisogno di confini, 

            di paletti, di recinti. Sono i confini di esclusione dell'altra, sono i 

            recinti  entro cui si costruisce e si valorizza  l'identita'  maschile, 

            quella  sicurezza, appunto, che entra in crisi non appena si  "scontra" 

            con  un soggetto forte, l'autonomia femminile, la forza  della  critica 

            che nasce dalla coscienza della differenza di genere.

            Il fondamentalismo, dunque, non puo' considerarsi una forma arcaica, un 

            capitolo  del sottosviluppo, o una caratteristica del  mondo  islamico; 

            esso  e'  tutto  riscontrabile nelle forme moderne  di  convivenza,  di 

            espressioni  culturali,  di  organizzazioni  sociali  e  politiche,  di 

            rappresentazioni simboliche.

            Esso   e'   riscontrabile  nella  esaltazione  dei  confini   e   delle 

            appartenenze,  non  intese  come luoghi e  comunita',  ma  tendenti  ad 

            escludere o a schiacciare minoranze e/o diversita'.

            E'  nello stato/nazione e nella sua esaltazione (patria,  difesa  della 

            patria,  sacrificio, eroe, uccisione, morte). E' nella affermazione  di 

            potenza  nazionale  e imperialistica, in ogni colonizzazione,  in  ogni 

            conquista,   in  ogni  aspetto  del  mito  della  virilita',  in   ogni 

            propaganda, nell'intervento missionaria.

            Negli strumenti di propaganda. Anche nella tradizione comunista, quando 

            in  essa  il  marxismo da strumento di analisi  e  critica  dell'ordine 

            sociale capitalistico e' diventato sistema di valori, ideologia, dogma, 

            modello economico, forma statuale, regime.

            Faccio  parte di quei/quelle comunisti/e che riponevano  nel  comunismo 

            una speranza: che fosse in grado di rovesciare il rapporto tra  potenti 

            e  impotenti, che producesse critica dell'alienazione gettando le  basi 

            anche  di  una forma politica e di una comunita'. Per  questo,  avrebbe 

            dovuto  rovesciare  il concetto di potere e di dominio, e  cambiare  il 

            rapporto  tra individui basato sulla delega dei piu' ai pochi  (magari, 

            in nome del proletariato).

            A mio avviso, la metafora piu' potente di questa caduta di speranze  e' 

            quella  ideata da Christa Wolf in Kassandra: quella che era  e  avrebbe 

            dovuto  essere  la  pacifica Troia, citta' di  convivenza  e  comunita' 

            civile  comincia a consultare oracoli, a inviare  navi  nell'Occidente, 

            navi  che  caricano  bottino,  prigionieri,  finti  sacerdoti,   donne, 

            fantasmi di donne. E di fronte ai guerrieri greci aggressori per onore, 

            di  fronte all'emergenza diventa uno stato di polizia. Dove  vedere  e' 

            considerato  una colpa, un gesto di alto tradimento. Cassandra vede  il 

            futuro perche' e' libera dentro, perche' sa leggere il presente, e  non 

            rinuncia  a  vedere nemmeno sulla nave del vincitore,  che,  attraverso 

            l'Egeo  diventato  un  mare di sangue, la porta davanti  alle  mura  di 

            Micene, dove una donna greca per onore la uccidera'.

            Perche'  il Mediterraneo diventi un mare di pace dobbiamo impegnarci  a 

            superare  i confini, le appartenenze-separazioni, le forme di  dominio. 

            Le forme su cui per millenni si e' costruito ogni potere, ogni dominio.

            Dobbiamo  saper leggere il presente, e per leggerlo occorre  costruirci 

            categorie teoriche nuove, di genere femminile, categorie politiche  che 

            siano in grado di superare confini che non sono nostri. Occorre,  anche 

            che le relazioni tra le donne varchino i confini dei gruppi omogenei a-

            priori,  per  navigare su mari e Oceani, per varcare  deserti,  citta', 

            muri, con la spinta del desiderio e della passione delle donne.