La mafia e le donne


                                              Sommario 



            di Paola Corso


            Parlando  di  donne e criminalita' organizzata, delle "mafie",  non  si 

            puo' chiedere o pretendere il riconoscimento di una qualsiasi novita' o 

            originalita', piuttosto quello che si deve riconoscere, e lo sforzo  la 

            fatica  di penetrare un mondo che e' sempre stato negato  disconosciuto 

            alle  donne:  quella della piena responsabilita' civile  e  penale,  il 

            diritto  alla cattiveria. Responsabile, anche nella  complicita'  della 

            convivenza.

            Per   secoli   alle   donne   e'   stato   negato   questo   "diritto", 

            l'aggressivita', la colpevolezza, il reato compiuto dalle donne  doveva 

            essere  frutto  di  "pazzia", stato di follia e di  eccitamento,  o  di 

            subordinazione.

            Incapaci o pazze(1). I secoli ci hanno abituate ad opporre all'immagine 

            di un uomo aggressivo e combattivo quello di una donna non aggressiva e 

            dall'indole  pacifica(2). Abbiamo avuto bisogno del femminismo prima  e 

            delle  psicoanaliste poi, per affermare che anche la guerra  appartiene 

            al nostro sesso, e che l'aggressivita' e' delle madri.

            Accettate ed accertate queste responsabilita', assumerla e' un processo 

            lungo  oltre che faticoso, percio' la maggior parte dei testi  e  delle 

            ricerche  che  hanno  attraversato  la condizione  delle  donne  ed  il 

            rapporto  delle  donne  con queste forme  di  criminalita'  sono  state 

            acritiche e descrittive, agiografiche o colpevoliste.

            E' difficile ammettere che le donne ci sono e con modalita' diverse  da 

            quelle maschili, pero' concordemente elaborate e vissute.

            L'occultamento  e'  stato  determinato  dall'occhio,  dall'osservazione 

            maschile,  viziato senz'altro dai codici e dalla prassi  giuridica  che 

            innanzi tutto non riconoscono ai familiari, e quindi alle madri,  mogli 

            e  figlie,  la partecipazione alla colpa:  l'essere  "famiglia"  salva, 

            esclude.

            Nella  societa' calabrese il diritto, l'elaborazione della legge  e  la 

            sua  amministrazione interna sono affidate alle donne: sono  patrimonio 

            delle  madri,  e' loro la responsabilita', l'incarico di  mantenere  il 

            rispetto  del padre e la prosecuzione della faida:  vendetta e  omerta' 

            sono  affidate  e  gestite  dalle donne, perche'  la  tradizione  e  la 

            custodia della memoria dei morti sono delle donne(3).

            E' un intreccio sado-masochista che si costruisce con la convivenza dei 

            due  sessi  e che mentre esalta la forza e la  virilita'  del  maschile 

            costringe il femminile all'abbandono dell'intelligenza e della liberta' 

            al nascondimento nella seduzione e nella subordinazione.

            E'  un  processo che molte delle donne che, come me, hanno  vissuto  la 

            propria giovinezza nella Calabria della 'ndrangheta, hanno sentito  sul 

            loro  corpo.  Scritta  in maniera violenta dal  controllo  maschile  ed 

            esercitata  subdolamente  da  una mentalita' femminile  che  mira  alla 

            conservazione e al sacrificio.

            Il  feroce condizionamento delle liberta' femminili, che  andava  dalla 

            protezione  della prostituzione alla esaltazione delle vergini e  delle 

            Madonne  nelle  processioni sacre. Nessuna  prostituta  avrebbe  potuto 

            sopravvivere  in  Calabria  senza il controllo  della  'ndrangheta,  ma 

            doveva  essere taciuto, non detto. L'illibatezza, la serieta',  l'onore 

            della  famiglia  e' condizione per diventare  "picciotto",  per  essere 

            ammessi    nella   "onorata   societa'",   la    "chiacchiera"    nuoce 

            all'associazione  che ha tra i suoi simboli "silenzio" ed omerta'  come 

            "umilta'".

            Ma  questo e' lo stesso modello di onorabilita' che e'  richiesto  alle 

            nostre  famiglie, borghesi e proletarie, laiche o cattoliche. Non  solo 

            in Italia. Questo modello e' diffuso nelle societa' mediterranee(4).

            E'  lo stesso meccanismo, di connivenza sado-masochista, che  ha  fatto 

            "dimenticare"   (trascurare?  sottovalutare?)  la   presenza,   storica 

            documentata  delle donne nei processi "per associazione  camorristica", 

            celebrati in Calabria dal 1860 ai primi anni del '900.

            Queste  donne calabresi, (anche se il fenomeno e' presente in tutto  il 

            Mezzogiorno  dove  ci  sono  stati  briganti,  brigante),  sono   state 

            riconosciute  e  condannate  non  solo  perche'  compagne  o  punto  di 

            riferimento sostegno logistico dei briganti, ma anche perche' dirigenti 

            responsabili delle bande che loro stesse costituivano e guidavano  come 

            il caso di Maria Oliverio "la piu' bella brigante del Mezzogiorno",  la 

            sua  storia  va dal 1860 al 1864). Non potevano, quindi,  queste  donne 

            sparire dalle vicende della Tndrangheta o comunque ridursi al ruolo  di 

            pure addette alla "cura della famiglia. Non potevano certamente perdere 

            la  ferocia  e l'intelligenza necessarie per dirigere  la  criminalita' 

            organizzata.

            Ma  questa  responsabilita',  la capacita'  di  partecipare  dell'agire 

            camorristico, e' stato negato dai giuristi e dagli storici.

            I processi (v. Archivio di stato di Catanzaro, v. 394, 4 giugno 1901, e 

            altri)   che   le   hanno  viste  imputate,   le   hanno   notevolmente 

            sottovalutate, anche quando erano le "cape" riconosciute della cosca le 

            hanno considerate inferiori all'uomo: amanti, vittime del maschio  sono 

            processi  che attendono ancora di essere letti, indagati con un  occhio 

            piu' aperto, confrontati con la situazione odierna.

            Per  capire, anche in un perimetro piu' ampio di quello italiano  e  di 

            quello   storicamente   dato,  quale  puo'  essere   il   processo   di 

            responsabilita' e di cittadinanza piena per le donne.

            Per  poter  essere cittadine anche nella  identificazione  del  proprio 

            reato e nella assunzione della pena.

            Lavorando  su questi contenuti sono arrivata a proporre un convegno  di 

            studi  su  "le  donne e le mafie" da farsi in Toscana il 30  ed  il  31 

            ottobre  di  questo  anno. La Toscana perche' e' una  regione  a  forte 

            rischio di criminalita' organizzata, perche' le donne in questa regione 

            hanno un forte potere all'interno dell'economia, soprattutto di  quella 

            familiare,  e  sostengono  ampiamente (v. il  lavoro  a  domicilio,  la 

            piccola e media impresa, la diffusione delle Casse rurali e  artigiane, 

            il  turismo,  ecc.) il sistema economico regionale e le  sue  relazioni 

            politiche  ed  affettive,  perche'  infine  c'e'  una  forte  dirigenza 

            politica femminile.

            I temi che saranno affrontati sono:

            1.  l'estraneita'  occulta  e manifesta delle  donne  dai  processi  di 

            violenza ed in particolare da questa criminalita' - perche'?

            2.  come la relazione fra donne, e soprattutto l'analisi  del  rapporto 

            con  il  potere materno, possono aiutarci ad indagare i  processi,  gli 

            strumenti e i mezzi del coinvolgimento;

            3. quale immagine la cultura e l'immaginario visivo ci rimandano delle, 

            sulle donne coinvolte nella criminalita' organizzata;

            4.  le donne della Toscana e le nuove forme di difesa e  di  educazione 

            alla legalita': come essere "antimafia".

            Sono  temi  difficili,  tutti  da attraversare,  non  nuovi,  presi  al 

            dibattito  aperto  dalle donne con la societa'. Ma  ne  riparleremo  su 

            "Mediterranean Review".



            (1)	"Diritto  sessuato",  a  cura  di Tamar  Pitch,  in:  Democrazia  e 

                 diritto, n. 2, 1993.

            (2) Margarete  mitscherlich: "La donna non aggressiva",  la  Tartaruga, 

                 Milano, 1992.

            (3)	L. M. Lombardi Satriani, Un villaggio nella memoria, Meligrana.

            (4)	Tamari Pitch, Onore e storia nelle societa' mediterranea, a cura di 

                 G. Fiule, La Luna, Palermo.