DONNE DI PACE ARABE ED EBREE NEL CONFLITTO
DONNE DI PACE ARABE
ED EBREE NEL CONFLITTO
ISRAELO-PALESTINESE
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di
Ada Donno
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Donne di pace che hanno scelto
il pericolo
Mi hanno costretta a scegliere
tra la morte e il varco
ma io ho scelto il pericolo
mi sposto passo dopo passo
senza curarmi delle fosse
che ostacolano il mio cammino
Sono versi di Hanan Awwad, poeta, saggista, scrittrice palestinese. Lei
stessa ce li recitò una sera d'estate di due anni fa a Serrano di Lecce,
dove una giuria intelligente assegnò a lei e ad un suo collega e amico
poeta israeliano un prezioso simbolico premio detto "Olio della poesia".
Hanan è di Gerusalemme, nata da una famiglia di intellettuali da cui
ha ricevuto un lascito inestinguibile: un viscerale attaccamento alla patria
palestinese, una profonda conoscenza della straziata storia del suo popolo e,
insieme, una volontà appassionata di difendere le libertà e i
diritti umani universali.
Come poeta, ha scritto "con il sangue" il senso di perdita e la pena
del suo popolo defraudato della terra, l'amore e lo struggimento per la patria
incatenata, lo sconforto e la speranza irreprimibile.
Come attivista, Hanan ha dedicato gli anni migliori della sua vita all'impegno
per una giusta soluzione del conflitto Israelo-Palestinese, sempre ispirato
alla consapevolezza che la pace per i palestinesi è fondamentale non
solo per la qualità delle loro vite, ma per la loro stessa sopravvivenza.
Dal 1988 Hanan è presidente della sezione palestinese della Women's International
League for Peace and Freedom. Nel 1990 fu tra i coordinatori di una memorabile
Marcia per la pace con "catena umana" attorno a Gerusalemme, nel 1991
contribuì per la parte palestinese a preparare la conferenza sul Medio
Oriente di Madrid. Hanan osserva i suoi fratelli e sorelle palestinesi trasformati
in rifugiati sulla loro stessa terra e si prodiga in una inesausta attività
di movimento, di studio e di scrittura perché essi non siano spinti nell'assenza
e perché la realtà palestinese non sia rimossa dalla coscienza
del mondo.
Alyiah Strauss è israeliana:
arguta, lo sguardo diretto e franco, indulgente e forte. Arrivò in Israele
dall'Europa dell'est inseguendo come tanti altri ebrei il sogno di una terra
promessa. Ma non voleva realizzarlo al prezzo della distruzione di un sogno
altrui. Né intendeva coprirsi di quella sorta di immunità morale
che dà alle vittime di ieri il diritto di produrre altre vittime oggi.
Alyiah è una donna di pace, sa che non può esserci pace là
dove c'è occupazione militare, arbitrio, oppressione. E' insegnante di
liceo a Tel Aviv ed è presidente della sezione israeliana della Women's
International League for Peace and Freedom, che è composta di donne arabe
ed ebree insieme. Vede con apprensione la società israeliana diventare
ogni giorno più reazionaria, bellicosa e chiusa in se stessa, vede le
disuguaglianze e le violazioni dei diritti umani, il razzismo e l'ingiustizia
acquistare nuove forme e significati che vengono accettati e giustificati da
una larga parte della popolazione israeliana. Osserva la situazione sociale
ed economica del suo paese e il sistema dell'istruzione in cui lavora e pensa
che non possano non essere condizionati dal fatto che l'apparato militare e
gli ininterrotti insediamenti abusivi di coloni nei territori occupati palestinesi
inghiottono una enorme quota del bilancio nazionale a scapito di tutto il resto.
Un anno fa Alyiah venne all'Università di Lecce, invitata ad un convegno
su "La Nuova Triade Mediterranea: l'Acqua l'Olio e il Vino", e coraggiosamente
e impietosamente ci raccontò come Israele nel 1967 si è appropriato,
insieme alle terre dei palestinesi, anche dell'altro elemento vitale: l'acqua.
Aggiornò a nostro beneficio il bollettino doloroso delle attività
quotidiane di sradicamento di alberi, demolizione di case e confisca di terreni,
delle angherie e prepotenze dei coloni israeliani e della resistenza dei contadini
palestinesi che difendono il loro diritto a coltivare la propria terra palmo
a palmo, contro i bulldozer dell'esercito. Ci spiegò che la costruzione
del famigerato Muro di Separazione voluto dal governo Sharon significava privare
i contadini di pozzi d'acqua ed ulivi da cui traggono alimento e vita. Sentendola
parlare, alcuni tra il pubblico si domandavano se non avessero capito male,
se non fosse lei stessa palestinese.
L'impegno della Wilpf in Palestina
Mi vengono alla mente queste
due figure di donne, così ammirevoli e vere, mentre cerco un modo non
banale di raccontare il lunghissimo impegno della Wilpf per la pace in Palestina.
E penso che forse è questo il modo migliore. Per due ragioni fondamentali.
La prima è che non basterebbero le pagine assegnatemi per contenere l'intera
geografia e la storia dell'impegno della Wilpf per la Palestina e, più
in generale, per il Medio Oriente. Neppure se, potendolo fare, mi mettessi a
ripercorrere la grande produzione di materiali scritti che documentano la lunga
fatica di interlocuzione con le istituzioni internazionali, particolarmente
con il sistema delle Nazioni Unite.
La Wilpf ha da poco compiuto novant'anni, il conflitto fra Israele e Palestina
l'ha visto accendersi e divampare, ha assistito al succedersi delle drammatiche
alterne vicende, è stata sollecitata a dire e ad agire, nei limiti ristretti
delle possibilità date, per contribuire a che le due parti e la comunità
internazionale trovassero una via d'uscita negoziata e giusta. Se non altro
per il prestigio che le deriva dall'età (ma certo non solo per quello)
è tuttora, fra le organizzazioni non governative, una voce ascoltata
grazie agli "statuti consultivi" e alle "relazioni speciali"di
cui gode con il Consiglio economico sociale e con le agenzie delle Nazioni Unite.
Ma temo che, limitandomi all'esame dei documenti, non renderei il senso di un
lavoro creativo, appassionato e sapiente svolto negli anni dalle donne che hanno
fondato la tradizione politica della Wilpf e dato a noi, generazioni venute
dopo, la possibilità di continuarla, riprodurla o trasformarla in cinque
continenti.
Né renderei giustizia (e questa è anche la seconda delle ragioni
di cui dicevo) a tutte le donne che hanno contribuito - e contribuiscono - a
creare quel complesso spessore di rapporti, atti, giudizi politici che non possono
non aver generato conseguenze, pur nella scarsa visibilità che il più
delle volte avvolge il quotidiano caparbio agire delle donne (ma non è
una qualità delle donne spostare le montagne senza farsene accorgere?)
a tutte le latitudini e longitudini: da quelle che esponendosi prendono parola
e si assumono la responsabilità della rappresentanza, a quelle che "scelgono
il pericolo" e vanno sul campo, a quelle che si muovono nel prezioso anonimato
della ricerca di fondi o della raccolta di firme in calce ad un appello, fino
alle tante e tante altre di cui non so, ma la cui stessa attività "invisibile"
assicura la continuità dell'esperienza della Wilpf nel tempo e nello
spazio.
Partire dalle persone nei
cui corpi, biografie e vite quotidiane è iscritto un conflitto devastante
come quello palestinese-israeliano, insomma, aiuta a salvaguardare la complessità
di un'azione politica che si configura come un difficile lavoro di mosaico,
in un contesto così complicato che tante volte fa sentire piccole e irrilevanti
le nostre azioni e inefficaci rispetto al mondo.
La Wilpf questo lavoro lo svolge movendosi su un duplice asse. Quello (cui ho
accennato) della interlocuzione con le istituzioni alle quali la comunità
internazionale affida - o dovrebbe affidare, ma questo accade sempre meno in
tempi come questi in cui conta soltanto la volontà di un paese strapotente
- la ricerca di soluzioni negoziate dei conflitti. E quello dell'attività
"grassroots", di base, che costituisce la nervatura vivente dell'organizzazione,
quella che produce saperi e proposte, gesti e relazioni significative.
Un lavoro che non è in sé concluso, ma sempre alla ricerca della
sintonia, o anche solo della occasionale alleanza, con altre donne - e altri
uomini - che nel mondo hanno altre storie, altre tradizioni politiche. E al
contempo è un lavoro che, senza ignorare le concause lontane e profonde
del conflitto, si orienta all'individuazione dei nodi storico-politici che hanno
complicato la "questione palestinese", per posizionarsi con puntualità
rispetto ad essi e vagliarne senza ambiguità le possibili uscite. Partendo
dalla guerra del 1967 per giungere, attraverso gli accordi di Oslo e la contrastata
esistenza dell'Autorità Palestinese, fino ai nuovi inquietanti scenari
aperti dalla recente vittoria elettorale di Hamas che (a seconda di come Israele
e la comunità internazionale si rapporteranno ad essa) può significare
una nuova drammatica complicanza oppure l'inizio di un imprevisto percorso di
uscita.
Punto fermo della Wilpf è stato nel tempo il richiamo alla legge internazionale
e alle numerose ( e mai applicate da Israele) risoluzioni adottate dal Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite che affermano il diritto d'Israele ad esistere
e il diritto dei palestinesi ad auto-determinarsi costituendosi come stato indipendente
e sovrano entro i confini segnati da quella "linea verde" violata
39 anni fa.
La Palestina nel corso degli ultimi decenni è stata immancabilmente iscritta
in agenda nelle sessioni annuali della Commissione per i Diritti Umani a Ginevra
e la Wilpf, presente nel Gruppo di lavoro delle organizzazioni non governative
sul Medio Oriente, ha denunciato ad essa con tenacia la politica repressiva
che ha stretto in una morsa le vite dei palestinesi e ha reso i territori occupati
- come ha riconosciuto onestamente l'attivista israeliano Uri Avnery - "una
serra in cui fioriscono gli attentatori kamikaze".
C'è da chiedersi se i coprifuoco, i checkpoint, il muro di separazione,
le demolizioni e le confische, che privano la popolazione palestinese dei residui
di libertà e di vita, si giustifichino con il bisogno di sicurezza contro
il terrorismo - dice una dichiarazione della Wilpf del 2005 - o non piuttosto
con il tentativo tutto politico di forzare le condizioni ultime di un accordo
territoriale con i palestinesi annettendosi quante più terre. Lo stesso
ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza ordinato da Sharon è stato
accolto dalla Wilpf con prudenza, mettendo in guardia contro la possibilità
che si trattasse di "un disonesto tentativo di sottrarsi alla necessità
di urgenti e autentici negoziati di pace con l'Autorità Nazionale Palestinese".
Altrettanto dura è stata la critica rivolta all'inerzia delle istituzioni
internazionali di fronte alla ri-occupazione brutale delle zone sotto il controllo
dell'Autorità Palestinese ( "Come definire queste azioni di Israele,
se non terrorismo di stato e crimine contro l'umanità, così come
sono formulati dalla Convenzione dell'Aja del 1907, dalle Convenzioni di Ginevra,
dal diritto internazionale e dall'Articolo 7 dello Statuto del Tribunale Penale
Internazionale?") e di fronte all'implacabile procedere del muro, delle
demolizioni e degli insediamenti illegali.
"A stare in Palestina - ha scritto di ritorno a Ginevra da una missione
Edith Ballantyne, special advisor della Wilpf per il Medio Oriente, insignita
dall'Onu del titolo simbolico di "donna del disarmo" - si prova fisicamente
ed emotivamente euforia e fatica allo stesso tempo. E' una terra bellissima,
le valli verdi e le brulle colline scure ondulate proiettano un sorprendente
mix di giovinezza e vecchiaia, di attività e riposo, di innocenza e sapienza.
La terra invoca pace ma non c'è pace. Mentre ciascuno vorrebbe vivere
in pace, c'è tensione, conflitto e guerra. E questo è vero allo
stesso modo per palestinesi ed israeliani".
Non lasciate che il ramo d'ulivo
cada dalla mia mano
Il 13 novembre del '74 Yasser
Arafat, allora presidente dell'Olp, si presentò ad una memorabile Assemblea
generale delle Nazioni Unite tenendo in una mano il fucile e nell'altra un ramoscello
d'ulivo, e pronunciò una frase rimasta negli annali: "Non lasciate
che il ramo d'ulivo cada dalla mia mano". Erano trascorsi appena quattro
anni dal terribile Settembre Nero libanese e due dall'orrenda strage di Monaco.
Alcuni vollero prendere quella preghiera per una minaccia, ma era in realtà
il primo coraggioso passo verso l'accettazione della formula "due Stati
per due popoli" proposta dalle Nazioni Unite.
Trent'anni dopo, il giornale democratico israeliano Yediot Ahanorot, commentando
gli effetti della costruzione del Muro della vergogna, che stava trasformando
l'ulivo da simbolo di pace in uno di furto ed estorsione, scriveva: "Un
albero d'ulivo è una meraviglia della natura. Non a caso è divenuto
un simbolo. Sia per gli israeliani che per i palestinesi. Essi traggono da lì
la loro vita, e noi scriviamo canzoni di pace sulla proverbiale colomba e il
ramo d'ulivo. Ma se questo è ciò che accade agli ulivi in nostro
nome, Dio abbia pietà della colomba...."
Impedire che il ramo di ulivo secchi del tutto è ancora un obiettivo
primario per le donne palestinesi ed israeliane della Wilpf, che sostengono
attivamente strategie non violente di resistenza come la Olive Tree Campaign,
progetto di piantumazione di nuovi ulivi là dove vengono sradicati; curano
visite guidate nei Territori occupati finalizzate a "vedere con i propri
occhi per testimoniare al mondo"; promuovono giri di incontri con le comunità
ebraiche degli Stati Uniti e di altri paesi; mettono in moto la diplomazia delle
donne cercando il contatto con autorità di governo arabe alle quali chiedono
maggiore responsabilità; tessono reti di relazioni con le altre donne
del Medio Oriente; collaborano con le coraggiose donne di Machsom Watch, il
gruppo che in Israele si occupa di documentare e testimoniare la brutale realtà
dei posti di blocco, dei checkpoints e delle ruspe che spianano le case palestinesi,
affinché anche gli israeliani ignari si rendano conto e nessuno possa
dire: "Non sapevo"; prendono parte nel centro di Tel Aviv alla muta
e severa protesta delle Donne in nero; collaborano alla Coalition of Women for
Peace e sostengono le attività di Bat Shalom a difesa dei refusenik,
i giovani obiettori di coscienza israeliani che finiscono sotto processo e in
prigione.
A volte bastano piccoli gesti
pieni di senso per misurarsi con quella sfida grande che è andare alla
ricerca di una possibilità diversa di affrontare il conflitto e di trovare
una soluzione che non sia distruttiva di corpi, culture e risorse ma si traduca
anzi in forza rigeneratrice.
Noi sappiamo che "con la Palestina nel cuore" è cresciuta qui
in Italia, come in molti paesi europei, una generazione del movimento delle
donne che ha cercato di superare i limiti del pacifismo testimoniale per misurarsi
con ciò che "le donne con le donne possono fare", andando sui
luoghi dei conflitti per rendersi conto di persona, stabilendo il contatto fisico
con i corpi colpiti e martoriati, superando le farragini delle diplomazie istituzionali
per far crescere parole di donna in merito a pace e guerra.
Il 31 ottobre 2001 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato
la risoluzione 1325 che raccomanda ai governi di riservare alle donne una quota
negli organismi deputati alla prevenzione e gestione dei conflitti a tutti i
livelli decisionali.
La Wilpf ne ha fatto una sua bandiera, perché lo considera un riconoscimento
senza precedenti alle capacità potenziali delle donne di negoziare e
al ruolo determinante che esse possono avere nello sviluppo di un modello alternativo
di mediazione e dialogo politico internazionale.
Nello stesso tempo ha lanciato e va sostenendo la proposta di un Consiglio di
Sicurezza Mondiale delle Donne, una sorta di osservatorio internazionale sull'operato
del Consiglio di Sicurezza ufficiale (definito "un conclave senza potere
del cui operato dubitiamo perché produce più che altro insicurezze")
e delle strutture dell'Onu.
Naturalmente nessuno può assicurare in anticipo che un conflitto verrà
risolto positivamente e pacificamente se le delegazioni che negoziano saranno
composte per metà da donne. Ma assegnare alle donne la giusta metà
dei posti attorno ai tavoli negoziali, dove si decide il futuro, può
essere l'inizio di un'altra storia.
Il testo sta in: Per una libera
aggiunta in più. Pratiche di donne tra femminismo e non violenza, a cura
di Giovanna Providenti, Roma 2006
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